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Sport al femminile: non scherzate con le Amazzoni del rugby Varese. La loro vita tra rossetto e palla ovale

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VARESE, 23 febbraio 2016- di SARA CARIGLIA-

Quella palla ovale è la loro vita. La squadra varesina di rugby femminile nata nel 2012, si racconta. Amazzoni di nome e di fatto.

Sempre sul pezzo: pioggia, neve, sole, ghiaccio, tempeste, nubifragi, fango, non le spaventano. <<Se hai paura hai sbagliato sport>>parola di vicecapitano Chiara Brancone.

Il logo che le identifica è una guerriera stilizzata con corporatura androgina, occhi a mandorla, capelli lunghi e selvaggi, collana e rossetto che tiene tra le mani il pallone ovoidale e porta sul viso segni tribali che simboleggiano forza. Quella delle eroine amazzoni una forza soprattutto interiore: è tangibile, traspare, trasuda da ogni poro. La loro squadra è la loro famiglia, il loro punto di riferimento, il loro ritrovo, il loro sapere di esserci nonostante tutto, è complicità, convivenza, condivisione. Una vera scuola di vita. Squadra significa anche fondersi insieme: “Abbracciare una compagna sudata e avere il piacere di farlo.

Vuol dire anche attivare tutti i sensi:<<sapere che una collega riconosce il mio profumo e io il suo. Distinguere le sue mani tra tante altre>>. Questo è il rugby per la ventenne Eleonora Resteghini che di sport se ne intende. Prima di essere rugbista era una temeraria pallavolista, così temeraria da infortunarsi sino a dover abbandonare per sempre e definitivamente quello sport.2016_01_31_RugbyVarese_AMAZZ_054

<<Il contatto fisico per noi è fondamentale e nel femminile questo vicinanza viene fraintesa, viene percepita come pericolosa e non come abbracciare anche l’altro. – spiega la Resteghini –. Questa è un’idea che mi è sempre piaciuta. Nel rugby bisogna essere consapevoli di ciò che si fa e cercare di farlo con tutte le regole implicite ed esplicite che lo concernono. Il pericolo è in agguato e vi è nel momento in cui c’è abuso di questa forza. Ad esempio non possiamo fare dei placcaggi alti, ovvero non disponiamo della facoltà di toccare l’avversario dal collo in su. Si tratta di attaccare, ma con riguardo>>.

In campo, infatti, le paladine varesine si destreggiano tra vari esercizi sia d’atletica che di contatto. Lo sguardo da guerriere deve reggere oltre quello dell’avversario anche quello della stessa compagna di giocata. Inoltre si sa come il supporto emotivo sia fondamentale nella vita, questo vale in famiglia che tra amici, e nel rugby questo sostegno è come se venisse simulato. “Anzi è obbligatorio. E’ fondamentale avere sempre due compagne dietro di noi che ci aiutino nel caso trovassimo una barriera da abbattere” continua la Resteghini.

2016_01_31_RugbyVarese_AMAZZ_0812016_02_14_RugbyVarese_AMAZZ-1Ma per le Amazz, così sono solite chiamarsi, questo sport tutto da vivere è anche tanto altro. La mission: rispettare e auto rispettarsi. La cosa affascinante è che ogni singola persona può trovare il proprio posto all’interno della squadra e può permettersi di essere se stessa in spogliatoio, in campo, in trasferta, o solo semplicemente mangiando un piatto di pasta. <<è difficile educare allo sport di squadra. Questo parte dalle piccole cose, dal mi presti uno shampoo sotto la doccia al mi dai a prestito una felpa se l’ho dimenticata>> prosegue Eleonora.

Ma prima di essere Amazzoni, Eleonora, Elisa e Chiara, sono donne, donne con la D maiuscola <<Quale sport maschio! Vedo molto più maschio il calcio femminile>>,  afferma Elisa Carcano pilone e gestrice della squadra “rosa”. Si tratta di superare il primo gap iniziale <<l’idea di abbandonare la principessina di bellezza con i tacchi per cedere il posto a pantaloncini, t-shirt e paradenti>> aggiunge il vicecapitano <<Epoi noi facciamo anche i fanghi col fango. Come dall’estetista>>. Scherza la Resteghini che va fiera dei suoi lividi e taglietti <<in principio quando ancora non giocavo a rugby vedevo il capitano della squadra femminile con ferite di vario tipo e nella mia testa è scattato un meccanismo: quando li avrò anch’io vorrà dire che avrò iniziato a giocare duro>>.

Insomma sembra di capire che sul comodino della “Reste” ci sia più arnica che crema di bellezza <<quando iniziai a giocare non lo raccontai subito a mia mamma. La vedevo un po’ insicura ed ansiosa e non volevo si preoccupasse più del dovuto. Mi recavo in lavanderia a lavarmi gli indumenti da sola. Oggi si preoccupa meno rispetto al passato, ma l’arnica sul comodino me la mette sempre. E dopo la partita non mi domanda se abbiamo vinto ma se è andato tutto bene>>.

Stereotipi a parte nel rugby femminile non esiste competizione<<niente tiraggi di capelli. Il nostro è un ambiente friendly>>aggiunge la ventinovenne Carcano.2016_01_31_RugbyVarese_AMAZZ_058

Per il momento la femminile varesina è rimasta allo scoperto, il loro allenatore francese si è assentato temporaneamente, così a  tirare le fila è Matteo Fulginiti, preparatore atletico.

A voler avere voce in capitolo è anche – Pantaleone Mansi, responsabile comunicazione e marketing – che tiene alto il gonfalone delle biancoverdi, ma del rugby in generale <<E’ una disciplina sportiva che nobilita, è uno di quei pochi sport rimasti che insegna ancora il rispetto. Nella capitale, all’Olimpico, il quale ospita oltre 80mila persone, dopo che si famelica, si calcia, si fatica a fine partita cala il silenzio più assoluto. E se questo non è rispetto!>>

redazione@varese7press.it

 

 

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Posted by on 23 febbraio 2016. Filed under Sport,Varese,VARESE,Varie. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

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