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“Quella bomba è entrata in casa mia nel 1992”, serata emozionante alla SOMS di Viggiù con Tina Montinaro vedova capo scorta di Falcone

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VIGGIU’, 28 febbraio 2016- di SARA CARIGLIA-

Tina Montanaro con il sindaco di Viggiù

Tina Montinaro con il sindaco di Viggiù

<<Quella bomba è entrata in casa mia il 23 maggio del 1992 e per me è iniziato il delirio. Io e i miei figli portiamo ancora quelle schegge addosso. Ecco perché chiedo rispetto da parte dello Stato, e per me rispetto vuol dire verità. Vorrei sapere perché Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, e i tre agenti della scorta, Rocco Dicillo, Vito Shifani e mio marito sono stati uccisi nella strage di Capaci. Fino a quando non avrò appreso non potrò mai dire di aver avuto giustizia da parte dello Stato>>.

Tina Montinaro, vedova da ventiquattro anni di Antonio Montinaro, caposcorta del giudice Giovanni Falcone, Antonio Montinaro, si racconta. Le sue parole come una lama incandescente trafiggono il cuore di una sala gremita di persone, quella della SOMS di Viggiù che ieri sera pareva raccolta in un sommo silenziO, per ascoltare la storia di una donna che ha vissuto e pagato sulla propria pelle l’orrore e il terrore della Mafia.

Una piaga che con la sua struttura tentacolare cresce, si espande rapidamente, inesorabilmente e come dichiara la Montinaro è viva tanto al Sud quanto al Nord. L’incontro intitolato “La paura di un eroe” è stato organizzato ed introdotto da Carmelo Chiofalo, vicesindaco di Viggiù, e moderato insieme a lui dal Sindaco Antonio Banfi il quale lo ha ringraziato per essersi dedicato anima e corpo in una iniziativa così densa di significato

FullSizeRender<<Non ho mai detto a mio marito non devi scortare Giovanni Falcone perchè io ero innamorata delle sue scelte di vita>>. La signora Montinaro parla con tono nobile e dignitoso sfatando il mito di essere una donna forte, affermando di aver avuto un’unica fortuna nella vita: quella di aver sposato un grande uomo << Lui mi ha sempre detto stai tranquilla, il giorno che mi succederà qualcosa mi verrai a prendere col cucchiaino perché di me non resterà più niente. E così fu. L’unica cosa che mi fecero vedere di mio marito dopo la strage, perché era l’unica parte del corpo rimasta, fu una mano con due dita incrociate. Lui per scaramanzia in autostrada usava sempre incrociare le dita>>.

Purtroppo rimase ben poco di Falcone, della Morvillo, di Schifani e di Dicillo, su quel tratto di autostrada tra Capaci e Palermo, dove saltarono in aria con 500 kg di tritolo facendo un volo di 300 metri. Tuttavia, a detta di Tina, il marito aveva messo in preventivo che prima o poi sarebbe potuto accadere. << Non era pronta su di un particolare però, a “digerire” questa grande mancanza di rispetto da parte dello Stato. Lo stesso che ai processi si comporta come un grande circo equestre. Abbiamo un Giovanni Brusca, uno dei responsabili della strage di Capaci, che sta fuori cinque giorni al mese nonostante abbia fatto 150 omicidi>> . Ma non è Brusca che sta al centro dei pensieri di Tina. Lei vorrebbe solo la verità e ha la certezza che la verità non risieda lì.

La sala piena

La sala piena

Addirittura ci fu un momento, nel 1997, in cui fu costretta a “urlare” più del dovuto, ma per una giusta causa: rendere giustizia a chi la giustizia non la considerava neppure. In quegli anni, infatti, rispetto allo scempio di Capaci si segnalavano unicamente Falcone e la moglie Francesca come vittime, omettendo del tutto i nomi delle persone della scorta. In fondo a detta di Tina se quei grandi uomini stavano lì è perché altrettanti grandi uomini avevano messo la loro vita a disposizione loro.

Iniziare la serata con l’inno di Mameli è stato significativo ed è l’Avvocato Leonardo Salvemini, docente universitario di Diritto dell’Ambiente e componente Osservatorio sulla criminalità organizzata presso l’Università Statale di Milano, a dare una sua personale interpretazione <<Quanto quell’Inno rappresenta per noi il senso dello Stato? Inizio con questo perché è proprio dall’assenza del senso dello Stato che si sviluppa l’associazionismo delinquenziale che non conosce limiti e mira a privare l’uomo della sua libertà per costruire un antistato in sostituzione dello stato>>.

In conclusione qual è l’arma vincente per sconfiggere l’associazionismo delinquenziale? <<L’educazione. Questa deve essere fatta nelle scuole, nelle università, tra i giovani, ovunque. – continua Salvemini –. Educare non significa reprimere. Se uno Stato reprime e basta vuol dire che non c’è abbastanza sensibilità sul tema. Gli anticorpi si sviluppano a partire dalle elementari>>.

A favore di questa chiave di lettura spezza una lancia la signora Montinaro <<E’ necessario denunciare il sistema corrotto. Purtroppo al Sud la gente per paura non ha mai contestato la mafia. Io invece la mafia la denuncio ogni giorno. Il fatto di essere rimasta a Palermo ne è un esempio. Perché? Perché i fetenti devono vedermi ogni giorno per strada e devono vergognarsi>>.

redazione@varese7press.it

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