Widgetized Section

Go to Admin » Appearance » Widgets » and move Gabfire Widget: Social into that MastheadOverlay zone

Francesca, insegnante varesina precaria da anni: alla vigilia del 1 Maggio si racconta a Barsport.net

image_pdfimage_print

precariVARESE, 30 aprile 2016- Alla vigilia della Festa del Lavoro, che il 1º maggio di ogni anno viene celebrata per ricordare l’impegno del movimento sindacale e i traguardi raggiunti dai lavoratori in campo economico e sociale, il sito www.barsport.net ha raccolto la testimonianza di Francesca. Varesina classe ’82 ha parlato della sua vita da insegnate precaria nel 2016, dopo 8 anni tra una scuola superiore e l’altra. Francesca ha una laurea specialistica conseguita a pieni voti e due abilitazioni, una per l’insegnamento della lingua inglese e l’altra per la lingua tedesca.

Dopo anni di studio e di aggiornamento, lavora con contratti a termine che vanno da settembre (quando va bene, altrimenti da ottobre o novembre, in base alla celerità delle scuole) a giugno. “Esattamente dal 2008, ogni anno la stessa storia” dice Francesca. “Nonostante la Corte Europea abbia espresso la sentenza sull’abuso dei contratti a termine e abbia accusato l’Italia di aver sbagliato nel ricorrere alla reiterazione dei contratti a tempo determinato senza una previsione certa per l’assunzione in ruolo. Ogni anno – sottolinea – nuove scuole, nuovi colleghi, nuovi programmi, nuovi studenti. E di nuovo a riadattarti, a ricominciare, a rimetterti in gioco. Un anno è inglese al liceo linguistico, poi tedesco al linguistico, poi inglese in un istituto tecnico o poi in un alberghiero. Poi si torna sul tedesco al commerciale turistico e poi e poi e poi…”. Oggi si trova ad affrontare la stessa complessa situazione di altri “165.000 docenti precari abilitati, ai quali un precedente governo ha fatto affrontare esami selettivi, ben tre, per accedere al corso abilitante, poi ulteriori esami universitari durante l’anno di tirocinio e infine un esame di Stato. Tutto ciò ci sarebbe servito per entrare nelle graduatorie dalle quali sono stati chiamati i docenti entrati in ruolo quest’anno”, ma non è stato così, perché il Governo ha nuovamente cambiato le carte in tavola.

E allora bisogna affrontare un concorso per avere, forse, il posto. A fronte di questa situazione perché Francesca, come tantissimi altri, continua a farlo? “Ultimamente non lo so più – ammette – dopo tutto quello che ci hanno fatto mandare giù e che ancora ci aspetta. Ci scoraggiano e demotivano. Ma proprio perché vogliono scoraggiarmi e demotivarmi, io vado avanti, e tento anche questa. Perché quando entro in classe, quando posso trasmettere a qualcuno quello che amo, quando solo un pochino di quello che dico e faccio entra nella testolina di qualcun altro e la modifica un po’, fa riflettere un po’, diverte un po’ e lascia qualcosa, anche solo un piccolo segno, be’… Quella è la soddisfazione più grande. Abelardo diceva ‘Sa per sé e non per gli altri chi non sa insegnare quello che sa; sarà da giudicare come se non sapesse niente’. Ma alla fine ci penso e mi chiedo se saranno quelle otto domandine del concorso a giudicare se sono una buona insegnante, se conosco la mia disciplina o la normativa scolastica”, si domanda riflessiva. Ogni giorno, nel suo ruolo di insegnante, Francesca è a contatto con decine di adolescenti: “Ogni ragazzo – dice – è diverso, ma in fondo tutti chiedono solo di essere ascoltati, di essere considerati, è il loro modo di farci sentire che ci sono anche loro. Ed è questa la cosa più difficile per molti insegnanti, impegnarsi a capirli, spendere tempo ed energie ad ascoltarli, ascoltarli davvero, non nelle interrogazioni o nei limiti rigidi della programmazione didattica. È faticoso, ma in questi anni sono stati loro ad insegnare molto a me”.

In un Paese dove insegnare è diventato un campo minato, manca ancora qualcosa di fondamentale, “la possibilità di crescere culturalmente insieme ai ragazzi delle mie classi”, afferma Francesca. “La possibilità di appassionarli, di creare in loro interessi e dar loro gli strumenti per coltivarli. Non bastano un libro di testo e un cd, in scuole in cui per settimane non funzionano le fotocopiatrici, il collegamento internet, le casse del pc… Non bastano tre ore alla settimana per insegnare una lingua straniera e la sua cultura. Vorrei poter stare più tempo a scuola con loro, anche al pomeriggio, vorrei avere il tempo di far capire loro che la lingua straniera non è imparare i paradigmi dei verbi irregolari. Vorrei avere spazi da condividere con loro. Su questo punto la legge sulla Buona Scuola è stata molto attenta e propositiva, ha stanziato fondi significativi, ma si scontrerà con le risorse umane carenti. Moltissimi colleghi – afferma – sono esausti, demotivati, non hanno più le forze di affrontare una realtà che non li stimola, non li stima, e per la quale non hanno alcun valore”. Francesca potrebbe lasciare l’Italia e andare all’estero, dove forse troverebbe situazioni più definite, uno stipendio sicuramente appagante, il riconoscimento del valore del mestiere che ha scelto di fare. “Ma perché – si chiede giustamente – me ne devo andare? Perché devo lasciare la mia lingua, che amo, e una cultura che adoro, senza provare a lottare ogni giorno per valorizzare tutto ciò?”

 

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail

Posted by on 30 aprile 2016. Filed under Economia,Sociale,Varese,VARESE,Varie. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *