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Citomegalovirus: parte da Venezia il piano per prevenire 5000 infezioni neonatali

l43-epatite-130531184354_bigVENEZIA,  25 aprile 2016 – In Italia non è previsto lo screening del Citomegalovirus né prima della gravidanza né nei 9 mesi di gestazione e neanche dopo la nascita. Questo fa si che ogni anno si osservino circa 13.000 infezioni primarie da Citomegalovirus nelle donne in gravidanza, nascano in Italia 5.000 bambini con un’ infezione congenita da Citomegalovirus e di questi circa 800 soffrano di severe disabilità permanenti dovute all’infezione congenita. Per fronteggiare questa infezione e, soprattutto, per arginarne gli effetti spesso definitivi sulla salute di molti bambini occorre promuovere anche in Italia, come avviene del resto in Svizzera e in Germania, dei programmi di screening autorizzati pre e durante la gravidanza.

E’ questo l’impegno che AMCLI – Associazione microbiologi clinici italiani ha lanciato nel corso della conferenza internazionale sull’infezione congenita da Citomegalovirus umano, organizzata dalla Società Europea ECCI (European Congenital Cytomegalovirus Initiative) e in corso a Venezia (24-26 aprile) presso il Centro Congressi di San Servolo

“In Italia, la mancanza di un programma di screening ben coordinato ha portato ad avere de facto uno screening spontaneo e disomogeneo nelle varie realtà regionali che comporta spesso la conduzione di iter procedurali non corretti per la gestione delle gravidanze complicate dall’infezione da CMV, con la conseguenza che nella quasi totalità dei casi i nati con infezione congenita da CMV asintomatici o moderatamente asintomatici non vengono identificati alla nascita” commenta Maria Paola Landini, Direttore della Microbiologia del Policlinico Universitario S. Orsola di Bologna e membro del Direttivo AMCLI,

Il tema costituisce da anni un banco di prova per le numerose categorie professionali che concorrono affinché la gravidanza avvenga nelle condizioni di massima sicurezza per la madre e per il nascituro. “A seguito della diffusione della vaccinazione per la rosolia, il Citomegalovirus umano è la principale causa di infezione congenita nei paesi sviluppati con un’incidenza complessiva pari allo 0.7% di tutti i nati vivi (range compreso tra lo 0.3 e il 2%) ed è la principale causa di sordità neurosensoriale non genetica in età pediatrica.

Citomegalovirus è un Herpesvirus molto diffuso, in Italia il 60-70% delle donne in età feconda ha anticorpi CMV-specifici, segno che ha contratto questa infezione una qualche volta nella vita. Nel soggetto immunocompetente e quindi anche nelle donne gravide, le infezioni sono solitamente asintomatiche, tutti guariscono e non ci sono complicazioni. L’unica evenienza in cui CMV può causare danni rilevanti è quando l’infezione viene contratta per la prima volta da una donna in gravidanza (infezione primaria). In questo caso, l’infezione può trasmettersi al feto in circa il 40% dei casi” sottolinea Pierangelo Clerici,

Microbiologi dell'Amci ospedale di Legnano

Microbiologi dell’Amci ospedale di Legnano

Presidente AMCLI e Direttore U.O. Microbiologia A.S.S.T Ovest Milanese. Si verificano anche casi di trasmissione materno-fetale conseguenti ad infezioni non primarie ma le percentuali di trasmissione fetale sono molto più basse rispetto a quelle osservate durante le infezioni primarie (1-2.2% dei casi). In ambedue i casi le conseguenze dell’infezione in utero possono essere rilevanti.

Dei neonati che nascono con infezione congenita – ovvero contratta in utero – circa il 10-15% ha sintomi più o meno gravi già evidenti alla nascita (ittero, petecchie, epatosplenomegalia, ritardo di crescita, microcefalia, corioretinite, ipoacusie mono o bilaterali) e fino al 70-80% di questi neonati sintomatici svilupperà gravi sequele entro i primi due anni di vita (ritardo psicomotorio, sordità, alterazioni oculari). In questi pazienti la mortalità perinatale è circa del 10%. Inoltre, circa il 5-15% dei neonati infetti ma asintomatici alla nascita svilupperà comunque complicazioni tardive (tipicamente sordità, ma anche ritardo mentale). In conclusione, circa due neonati ogni 1000 nati vivi soffrono per una infezione sintomatica congenita severa da CMV.

“Si tratta di un problema complesso”, afferma Tiziana Lazzarotto Professore di Microbiologia del Policlinico Universitario S. Orsola di Bologna e membro del Direttivo AMCLI “e in pratica, ancora nel 2015 poco conosciuto anche se molto “chiacchierato”. Il summit di Venezia offre un’opportunità unica per microbiologi e virologi clinici, neonatologi, pediatri, ostetrici-ginecologi, infettivologi per incontrarsi e condividere insieme le più recenti novità sull’infezione congenita da Citomegalovirus in relazione alle proprie competenze, con lo scopo di individuare e implementare azioni concrete per fronteggiare e alleviare i problemi associati a questa patologia”.

Nel corso della giornata di apertura sono state invitate a partecipare alcune famiglie con bambini con infezione congenita da Citomegalovirus provenienti dall’Italia, dalla Francia e dalla Gran Bretagna allo scopo di portare all’attenzione generale questo importante problema di sanità pubblica spesso completamente ignorato. A tale riguardo nello Stato del Texas è stata approvata a settembre del 2015 una nuova legge che obbliga il Dipartimento di Stato dei Servizi Sanitari in accordo con la Commissione Medica a creare un programma di educazione pubblica per informare le donne in gravidanza e le donne che pianificano una gravidanza circa la possibilità di infettarsi con il Citomegalovirus umano, la possibilità di trasmettere il virus al proprio bambino e i danni che il virus può causare e, non ultime le possibilità diagnostiche che possono essere condotte durante la gravidanza per accertare l’ infezione materna e le misure preventive disponibili.

Nello Stato dello Utah (Usa) fin dal 2010 è in vigore la stessa legge e nel 2013 è stata ampliata con l’obbligo di controllare per l’infezione da Citomegalovirus tutti i neonati che non superano gli screening audiologici alla nascita con controlli che devono essere eseguiti entro i primi 14 giorni di vita, proprio perché entro questo limite, il ritrovamento del DNA del virus nei campioni di saliva o urina del neonato, è al 100% riferibile ad una infezione contratta in utero.

“Per l’infezione da Citomegalovirus, non è esiste ancora oggi in gravidanza un trattamento terapeutico ufficiale di prevenzione e/o terapia e non è disponibile un vaccino efficace. Tuttavia è possibile prevenire l’infezione da Citomegalovirus in gravidanza mettendo in pratica alcune misure preventive in particolare nei confronti di bambini piccoli – la principale fonte di contagio -, specialmente se frequentano l’asilo nido o la scuola materna. Alle future mamme devono essere illustrate in maniera comprensibile le norme igienico-comportamentali volte ad evitare il contatto diretto con qualunque fluido organico allo scopo di prevenire l’infezione e questo in particolar modo durante la prima parte della gravidanza dove sappiamo, che in caso di trasmissione, è massimo il rischio di osservare una severa compressione cerebrale del feto” ricorda la Lazzarotto. “Questi neonati” aggiunge “perdono l’opportunità di ricevere nei modi e tempi corretti in caso di necessità, il trattamento con il farmaco Valganciclovir, farmaco specifico per il controllo del Citomegalovirus. Nel 2015, la prestigiosa rivista medica, il New England Journal of Medicine, ha pubblicato i risultati dell’ultimo trial clinico americano che dimostra come un trattamento terapeutico corretto iniziato entro il primo mese di vita porti ad un importante miglioramento della funzione uditiva a 6 mesi di vita e ad una riduzione del tasso di deficit di neuro sviluppo” conclude.

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Posted by on 25 aprile 2016. Filed under Sanità,Sociale,Varie. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

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