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Visitare i rifugi antiaerei di Varese regala sempre forti emozioni

VARESE, 5 giugno 2016- di SARA CARIGLIA-

IMG_2039Chi l’avrebbe mai detto che in prossimità dei Giardini Estensi, al di sotto della collina della Motta, sorgesse una città nella città misconosciuta persino ai tanti residenti di Varese. Ignota per gran parte di loro, ma non di certo per chi la Seconda Guerra Mondiale l’ha vissuta e combattuta. Costoro non hanno mai dimenticato l’acuto suono delle sirene e la rapida entrata nei rifugi antiaerei per mettersi al riparo dai bombardamenti, attendendo che il suono dell’allarme cessasse supplicando di restare vivi.IMG_2054

Ambulacri sotterranei noti per lo più sui libri di scuola poiché aperti alla cittadinanza solo in rare occasioni (la Festa della Repubblica è tra quelle) così come nelle giornate di ieri e oggi domenica 5 maggio. Di rifugi antiaerei in città ve sono diversi, in parte da riscoprire. Quello che abbiamo visitato, accompagnati da Flaminia Sparacino operatrice museale della società Archeologistics, tra gli artefici di queste riscoperte, è quello situato proprio ai Giardini Estensi con entrata di via Lonati. Come muti testimoni di un lontano passato, gli storici tunnel varesini periodicamente si mostrano alla cittadinanza nel tentativo di evitare di trasformarsi in memorie sterili, in modo da poter continuare a raccontare quanto accaduto durante il secondo conflitto più grande della storia dell’umanità.

Luoghi destinati al degrado se non fosse per il lavoro di recupero svolto da parte del Comune di Varese unitamente a quello di volontariato del Centro speleologico Prelpino e del Club veicoli militari storici. Quest’ultimi per omaggiare la straordinaria valenza storica, sociale e culturale del fine settimana in corso, hanno voluto infatti organizzare due giornate di visite guidate, offrendo così alla popolazione spunti di riflessione sui principali temi legati guerra.

E’ un corridoio in cemento armato quello che conduce alle due piccole porte in cemento – intese come finestre sul passato – oltre le quali ci si apre a uno spazio che perIMG_2041 chi ha ancora ben vivo il ricordo di quegli anni rappresenta una ferita aperta, poiché significava protezione dalle incursioni belliche. Qui tutto ha l’aria di essere rimasto intatto, nonostante il sistema di gallerie posto a una profondità massima di tredici metri, per una lunghezza complessiva di 140 metri, risalga a più di settant’anni fa.

<<La città di Varese è stata bombardata in sole due occasioni: la prima volta nell’aprile del 1944 e la seconda il 2 maggio dello stesso anno. In entrambi i casi l’obiettivo degli IMG_2056aerei inglesi era quello di colpire e distruggere l’Aermacchi, cosa che col secondo bombardamento avviene>> sottolinea l’operatrice museale che ci accompagna nel giro illustrativo durante il primo turno d’ingresso, quello delle ore 16, insieme a un gruppo di persone con alcuni bambini.

Rendere fruibili questi ricoveri, in cui sono visibili solo i resti di quel lontano passato è un modo per ricordare <<il rifugio antiaereo di via Lonati il quale poteva ospitare circa seicento persone – racconta la Sparacino brava a spiegare con disinvoltura come si vivevamo quei momenti di paura – era dotato di tre vani: uno per l’impianto d’illuminazione il cui obiettivo era di mantenere sotto controllo lo stato emotivo dei rifugiati, l’altro adibito ai servizi igienici e l’ultimo riservato al lavandino, per attingere a una indispensabile fonte d’acqua>>.

Esplorare questi “bunker” sotterranei, intesi come mappe dei luoghi della memoria in grado di raccontare la storia di un passato recente in modo tangibile, è un modo importante per capire e comprendere. E come cita un famoso aforisma “la storia insegna siamo noi a non voler imparare”. O a dover imparare.

redazione@varese7press.it

 

 

 

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Posted by on 5 giugno 2016. Filed under Cronaca,Tempo Libero,Varese,VARESE,Varie. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

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