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Riflessioni: Come vincere il terrorismo. Running against terrorism

daccaVARESE, 3 luglio 2016- In pochissimi giorni sono accadute molte cose delle quali vorrei trovare il modo di scrivere, nella mia mente sono tutte correlate tra loro, sono consecutive o concomitanti temporalmente ma ciò che le associa avviene attraverso il fatto che si tratta di eventi compiuti o subiti da esseri umani.

Ciò non di meno inizio da questa mattina, da qualcosa che è altro rispetto a quanto sta accadendo, ma che per me produce trasformazione ed in questo senso mi sta aiutando a sopravvivere al dolore che altrimenti mi annichilirebbe.

Oggi è una bellissima giornata, dopo settimane di afa intollerabile, umidità e caldo attenuati da temporali violenti quanto piacevoli, capaci di rendere sopportabile la notte, mi sono svegliata in una mattina lucida di sole e tersa. Le montagne splendono verdi, l’aria è piacevolmente fresca, grazie ad una nuova amica siamo andati a correre in un nuovo posto che mi ha restituito la voglia e la consapevolezza di poter arrivare alla prossima prova (una trail di 39km in terra veneta). Ciò che ho trovato davvero delizioso è stato scoprire, nell’ultima settimana, che, a pochi passi da casa, ci sono sentieri capaci di portare nel fitto di un bosco che, inerpicandosi apre la vista sui laghi. Per l’ennesima volta mi sono resa conto che per me correre nei sentieri e sui prati è molto più facile, non so bene quale sia il meccanismo fisico, ma soprattutto psichico capace di alleggerirmi le gambe e farmi saltellare per il sentiero come se non avessi mai fatto altro nella vita. Così mi sento, ma non vorrei offrire un’immagine poco veritiera, so di non avere le caratteristiche per vincere gare o affrontare ultra-maratone (per ora!), semplicemente si stratta di sapere e sentire che l’elasticità della terra, per quanto umida e scivolosa mi rende agile, libera e felice.

Abbiamo corso per un’ora e mezza e sarei andata avanti ancora per come mi sentivo piena di energia. Il bosco mi ha restituito vitalità e forza, mi ha liberato del peso dell’ansia che mi accompagna da giorni e mi ha reso felice. Conta anche la presenza di mio marito e di questa nuova amica così generosa e gentile, sorridente, autoironica e molto preparata. Mi piace poter imparare da lei, seguirla e condividere.

Sono profondamente grata per quello che ho ricevuto in queste ore, lo sono particolarmente perché gli attentati terroristici degli ultimi giorni, in Israele, in Turchia, in Bangladesh ieri ed oggi a Bagdad mi avevano davvero profondamente rattristata.

I giorni sono trascorsi annunciando un attentato dopo l’altro, ognuno violento ed assurdo ed io mi sono ritrovata senza rabbia, con la sensazione profonda di uno spaesamento. Mi sono interrogata, non capivo, non riuscivo a riconoscermi. Perché non mi arrabbio? Se lascio che la tristezza abbia il sopravvento entrerò in una fase depressiva, non riuscirò a reagire, non troverò l’energia per andare avanti…

Il lutto domanda raccoglimento, dolore, tristezza; ma il terrorismo, le mancate reazioni dei media, l’incapacità di attribuire l’aggettivo islamico al terrorismo che ha compiuto atroci assassini, l’indifferenza generale, la concentrazione idiota sulla partita di calcio da parte dei connazionali di nove persone barbaramente sgozzate a Dacca , non possono soltanto rendermi triste! Credo sia necessario stare dentro di sé, riflettere per comprendere, non urlare, non inveire, non insultare, non aprirsi alla barbarie delle parole per rispondere alle barbarie dei gesti ma credo anche sia indispensabile agire, dire in merito a tutto questo.

Dove siamo? Chi siamo? Cosa siamo? Ma soprattutto che genere di mondo vogliamo consegnare alle generazioni future? Perché nessuno reagisce eccetto Israele e pochi altri? Perchè si citano gli attentati compiuti dal terrorismo islamico in un elenco aperto a contenerne di nuovi, e non si è capaci di descriverne ognuno nella sua specificità e facendo questo determinare che si può e si deve combattere, decidere che sia l’ultimo?

Ogni singolo attentato compiuto da questi terroristi in nome dell’islam domanda che se esiste un islam moderato questo, composto di persone fatte di carne ed ossa, vada per le strade ed esprima il proprio dissenso. Stiamo parlando della seconda più numerosa religione del mondo, possibile che non riescono neppure a riempire una stradina secondaria con una manifestazione di dissenso? Non è che forse davvero non esiste islam moderato?

Ogni singolo attentato domanda che, non solo si trovino gli esecutori qualora non si siano immolati nel compiere il gesto, ma che si cerchino i mandanti. E allora tutti quelli che si sono scaldati le mani nel parlamento europeo applaudendo abbas (capo dell’autorità nazionale palestinese) che, attraverso alcuni dei luoghi comuni più antichi dell’antisemitismo medioevale diceva bugie su Israele, dovrebbero essere messi in prigione per manifesta e reiterata complicità con il terrorismo, rinchiusi fino alla morte più trenta anni, per essere stati i mandanti dell’assassinio di una bimba di 13 anni e di un padre di 10 figli (e cito solo le ultime vittime!).

Questi stessi, insieme a quanti hanno deciso che non hanno nessuna voglia di farsi carico di nessun problema relativo alla gestione dei migranti dovrebbero rispondere dell’attentato in Turchia. Quei balbettanti presidenti del consiglio e ministri degli esteri che nulla fanno contro il terrorismo, assieme ai rappresentati della debosciata UE e ONU, dovrebbero essere messi in carcere e condannati all’ergastolo per avere scelto di non combattere il terrorismo islamico, ed avere così lasciato che la morte propugnata da questi nazi-islamisti continui a colpire, torturare e sgozzare chiunque non abbracci l’islam radicale. Con loro, sono complici di questa degenerazione dell’essere umano chiamata islam radicale tutti quelli che non riescono mai ad azzittirsi, ad emozionarsi e ad arrabbiarsi davanti alle stragi compiute nel mondo dai terroristi islamici, ma che per una stupida partita di calcio riescono a stare raccolti davanti allo schermo della televisione per tre ore e poi, avendo la loro squadra perso riescono a muoversi silenziosi fino a casa o fino al letto. Mentre c’è chi si stordisce davanti alla partita, sprecando energie e commentando un gioco, chi deve decidere sta decidendo di lasciare che il terrorismo islamico vinca, questo non può essere dimenticato, nessuno può assolvere la propria inazione in momenti come questo.

Non dico sia sbagliato guardare un partita di calcio, rilassarsi e divertirsi, ma mi e vi domando: “Quando deciderete di reagire? Quando deciderete che vale la pena vivere per qualcosa di più che una partita di calcio? Quando riprenderete in mano le vostre vite per costruire e preservare la terra che abitate, le opportunità meravigliose che la vita vi offre?”

Mentre correvo però mi sono ricordata che ci sono molte persone che attraversando il mondo di corsa o camminando o purtroppo in carrozzina, sono capaci di dire di no al terrorismo e questo mi ha riempita di gioia perché credo che vivendo a pieno, gustando il sole o la pioggia, scegliendo la libertà dello sport quello che domanda impegno ed etica, che non accetta chi bestemmia in campo, sia possibile combattere il terrorismo. Sono convinta che la maggior parte delle persone non vuole lasciare che il terrorismo vinca ma lotta perché la vita prevalga. La corsa mi restituisce ogni volta una profonda fiducia nelle persone, per questo riesco a trasformare la tristezza in rabbia e poi in scelta e poi in battaglia e poi in vita!

Ariel Shimona Edith Besozzi

www.sionista.eu

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Posted by on 3 luglio 2016. Filed under Lettere Al Direttore,Sociale,Varese,VARESE,Varie. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

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