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Dopo i fatti di Rouen: “Del martirio e della guerra”

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preVARESE, 27 luglio 2016- L’uccisione di padre Jacques Hamel nella chiesa di Saint Etienne du Rouvray ad opera di due giovani islamici rientra certamente nella categoria del martirio, il cui nome, come molti sanno, deriva da una parola greca che significa “testimonianza”. Padre Hamel e’ stato ucciso in odio alla fede cristiana ed ha testimoniato questa fede con dignità e coraggio, rifiutando di inginocchiarsi di fronte al suo boia e rimanendo in piedi mentre quest’ultimo gli tagliava la gola. Il fatto stesso che tutto ciò sia avvenuto di fronte all’altare – ricordando un altro assassinio famoso, quello di Thomas Beckett – ha conferito all’episodio un rilievo tutto particolare e suscitato un sentimento di rispetto presso chiunque non abbia la mente ottenebrata dall’odio.

Ciò detto, non vorrei che l’alto significato etico religioso di questo evento lo trasformasse in una strategia. Non vorrei cioè che le anime belle della Sinistra e di certa Chiesa buonista identificassero in un combinato disposto di dialogo e martirio il corretto modus operandi nei confronti dei tagliagole islamici. Già ci sono avvisaglie in tal senso, come se, di fronte a chi ci affronta col coltello in mano, dovessimo farci avanti con le braccia aperte, il sorriso sulle labbra e la vena giugulare bene in vista, pronta al fraterno incontro con la lama ricurva.

Il martirio e’ una scelta individuale che attinge a fonti spirituali profonde, le quali si manifestano in particolari circostanze e che la Grazia divina assiste e corrobora. Il dialogo a sua volta si intavola con chi vuole dialogare. Se a Lepanto, sulle galeazze veneziane, ci fossero stati aspiranti martiri e preti imbelli invece che soldati decisi a combattere e morire armi in pugno, oggi saremmo tutti in ginocchio, intenti a baciare la pantofola del visir.

Alfonso Indelicato

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