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Alzheimer: stress e resilenza nel caregiver, soluzioni e pareri nel convegno di Villaggio Amico

ajaxmailSARONNO, 20 settembre 2016- “L’operatore che cura il paziente con demenza: come trasformare lo stress in resilienza”, è questo il tema a cui è stato dedicato il convegno organizzato oggi allo Star Hotel Gran Milan di Saronno dalla Rsa Villaggio Amico, con numerosi esperti e psicoterapeuti. “Lavorare in un nucleo Alzheimer o in un contesto domiciliare dove ci si prende cura di persone e famigliari con decadimento cognitivo, è un sfida impegnativa” – dice Marina Indino, responsabile comunicazione, marketing e progetti di Villaggio Amico. – “Gli operatori condividono con il malato aspetti intimi e delicati e se riescono a contrastare lo stress trasmettono positività a vantaggio anche dell’organizzazione e dei suoi costi di gestione. Abbiamo deciso di dedicare il tema di questo settimo convegno alla resilienza, perché riteniamo che sia la chiave per dar luogo a un processo che permette la ripresa nonostante un evento traumatico e circostanze avverse. Intervenire il prima possibile e parlarne è determinante per l’efficacia dell’assistenza”.

In apertura di convegno i saluti delle istituzioni, con il breve intervento del direttore sociale della Asl di Varese, Lucas Maria Gutierrez, del direttore di Villaggio Amico, Claudio Cavaleri, e della presidente di Aima, l’associazione che rappresenta le famiglie di pazienti con demenza – dottoressa Patrizia Spadin – la quale ha ricordato che “la mancanza di sostegno è la fonte principale di stress, che risorse e servizi sono fondamentali e che il paziente deve essere al centro di una rete con responsabilità condivise”, concludendo con una domanda provocatoria che è un richiamo alle istituzioni a livello nazionale: a che numero di giornata mondiale dell’Alzheimer si dovrà arrivare per dire che il il nostro Paese rispetta i malati di demenza?

Sono seguiti gli interventi dei relatori: il dottor Giovanni Brighenti – psicologo e psicoterapeuta della Rsa Villa Giulia di Bologna, sullo stress e le dinamiche organizzative. Ha parlato di stress che si sviluppa in tre fasi (allarme, resistenza, esaurimento) e di stress emotivo, originato attraverso le relazioni. L’operatore che si sente ad alto rischio cosa deve fare? Come prima cosa avvalersi di esperti e specialisti del settore. Un ruolo importante è inoltre quello della formazione di base rispetto alla prevenzione primaria. Presso Villa Giulia questo fenomeno è stato indagato con una ricerca per analizzare l’esistenza tra gli operatori di eventuali casi di esaurimento emotivo, depersonalizzazione e realizzazione personale (a livelli elevato/medio/basso).

Il professor Elio Borgonovi, docente senior Sda Bocconi (area public management & policy) ha trattato gli aspetti economici del benessere organizzativo, premettendo che il 30% della popolazione italiana ha una o più patologie croniche e assorbe il 70% della spesa sanitaria. Questa è una delle conseguenze dell’allungamento della vita. L’Italia tuttavia, tra i Paesi sviluppati, è uno di quelli con la spesa minore. Borgonovi ha proseguito dicendo: “In generale si sostiene che la possibilità di affrontare questi problemi dipenda non solo da soluzioni “tecniche” o economiche, ma dal recupero della centralità della persona, intesa sia come attenzione alle reali necessità dei pazienti, sia come attenzione alle condizioni di chi deve prendersi carico di loro. Da un rapporto di “operatore che cura”, bisogna passare a un rapporto bidirezionale di “operatore che si prende cura di una persona”. Ma il prendersi cura comporta un impegno di energie e carico psicologico molto più elevato rispetto alla semplice assistenza o cura. Chi si prende cura è maggiormente esposto al rischio di burn out, in quanto in un certo senso entra in relazioni difficili da gestire perché, nel caso dei pazienti Alzheimer, riguarda non solo chi è colpito ma anche la famiglia e l’ambito dei suoi affetti. In una organizzazione che non si fonda su ruoli formali, gerarchici, ma privilegia le relazioni di scambio e di condivisione di esperienze tra gli operatori è possibile creare un ambiente che ricostituisce le energie che gli operatori consumano nelle relazioni con i pazienti. Imparare insieme è il miglior modo per ridurre il livello di stress, poiché consente a ognuno di essere preparato alle diverse situazioni, o di governare lo stress, poiché ognuno ha gli strumenti per affrontare nuove situazioni e un maggiore livello di complessità”. Ed ecco la resilienza: la capacità di adattare i modelli di assistenza, meglio di presa in carico, alle evoluzioni del contesto famigliare, sociale, economico dei pazienti. “In questo probabilmente sono meglio attrezzate le organizzazioni che hanno fini di interesse generale, forte autonomia e flessibilità di gestione, ossia le organizzazioni non profit o quelle che operano in solide reti pubblico-privato”, ha concluso il prof. Borgonovi.

L’intervento successivo è stato quello della dottoressa Maria Teresa Curinga del Centro di Neuropsicologia cognitiva A.O. Ospedale Niguarda Ca’ Granda Milano su come superare lo stress nell’assistenza al malato di Alzheimer attraverso trattamenti psicoterapici EMDR di gruppo che permettono di ridurre l’ansia, la depressione e il carico assistenziale.

Carla Piersanti, responsabile progetto Curami per il Comune di Milano e vice presidente coop Eureka ha affrontato l’aspetto del supporto dei servizi di informazione e consulenza per il caregiver familiare e professionale nell’ottica della ricomposizione delle risorse, presentando l’esperienza di CuraMi – il servizio del Comune di Milano per assistenti familiari e famiglie della città. Il servizio, diventato un polo di riferimento tra le diverse realtà coinvolte nell’assistenza a domicilio, conta oggi circa dodicimila assistenti per quattromila famiglie, duecento soggetti erogatori di cui sessanta per informazioni e consulenza, ottanta per servizi auto-mutuo aiuto, associazioni e terzo settore, venti per servizi di vicinato e condominio. Dei circa mille contratti formalizzati le richieste sono state per non autosufficienti così rappresentate: 35% per patologie, demenza e Alzheimer, 29% fisico motorio e ictus, 9% oncologico, 6% allettati, 4% Parkinson, 5% psichiatrici, 3% Sla e paraplegia. Il 7% sono state presentate da autosufficienti (compagnia, aiuto in casa).

La dottoressa Loredana Locusta, psicologa responsabile del progetto Alzheimer di Villaggio Amico, ha illustrato i risultati di una ricerca realizzata all’interno del centro usando il Link Burnout Questionnaire (M. Santinello, 2007) che valuta nell’operatore quattro scale e costrutti: esaurimento psicofisico, deterioramento della relazione, inefficacia professionale e disillusione (dovuta spesso a forti aspettative personali rispetto al ruolo). La ricerca, su un campione di cinquantuno persone, ha inglobato anche l’assistenza domiciliare, oltre al nucleo Alzheimer e alla Rsa aperta. Ne è emerso che le categorie professionali più soggette allo stress sono quelle con qualifica ASA ausiliare socio assistenziale e l’infermiere professionale: in quest’ultimo in particolare si evidenzia il fenomeno di inefficacia dovuto alla difficoltà nel ricevere un feedback dai pazienti. In generale il deterioramento della relazione è il disagio più diffuso. Per fronteggiare queste situazioni di stress negli operatori, Villaggio Amico attua il programma “Taking care”: a seconda dei casi vengono utilizzati strumenti diversi come la struttura ergonomica per il benessere psicofisico keope; la supervisione biopsicosociale, la pet therapy, i corsi di comunicazione, formazione e motivazionali; o ancora i colloqui individuali con intervento di counseling psicologico. Locusta ha aggiunto inoltre che “alcuni studi mostrano come il non avere contatti sociali aumenti il rischio di demenza del 57%. Il caregiver del paziente di Alzheimer è sostanzialmente solo, per questo è importante che esca dalla situazione di solitudine e possa contare su strutture e servizi che siano un punto di riferimento quotidiano. Così come è importante il sostegno informativo e psicologico anche per gli operatori”.

Infine, Beatrice Garzotto, psicologa esperta in pet therapy nei nuclei Alzheimer, responsabile del centro Fienile Amico e docente presso l’Università Cattolica di Milano ha spiegato l’effetto di interventi assistiti con gli animali come risorsa per l’abbassamento dell’arousal per gli operatori socio sanitari che lavorano all’interno dei reparti per persone con demenza, partendo dal presupposto che cani e gatti sono in grado di leggere le espressioni di emozioni dei loro proprietari. I meccanismi conservativi per fronteggiare lo stress sono gli stessi tra uomini e animali domestici. Perciò cure reciproche danno supporto sociale e riduzione di parametri fisiologici legati allo stress come livelli di glucorticoidi, frequenza cardiaca e pressione sanguigna, favorendo stati di calma e rilassamento.

In chiusura, l’educatrice professionale Ilaria Di Sante ha esposto una relazione esperenziale del gruppo di lavoro interno al nucleo Alzheimer di Villaggio Amico.

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Posted by on 20 settembre 2016. Filed under Samarate,Sanità. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

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