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Marco Invernizzi e il suo viaggio intorno al mondo: “Ho incontrato tanta gente povera ma ricca di generosità”

VARESE, 20 settembre 2016- di SARA CARIGLIA-

img-20160729-wa0004Trentacinquemila chilometri in 365 giorni. Ama i viaggi, ama raccontarli e soprattutto ama raccontarsi.

L’instancabile avventuriero a pedali di Cuggiono, Marco Invernizzi, salito in sella il 25 luglio dello scorso anno e giunto a capolinea tra avventure e disavventure il 3 luglio 2016, reduce da qualche settimana dal suo giro del mondo in solitaria, esordisce così <<chi ha detto che il mio viaggio è finito!>>. La strada che il cicloviaggiatore ha infatti dinanzi a se è ancora lunga. Non è più fatta di asfalto, ciottoli e sterrati ma di parole. Parole che si susseguono e si rincorrono l’un l’altra nel tentativo di narrare quanto di più vero e genuino questa esperienza, tutta volta alla conquista della libertà, può donare al prossimo. E’ così che il viaggio di Marco continua a rivivere non solo nei ricordi personali.

<<Il pezzo più bello del mio itinerario? Essere andato in giro a zonzo per la Birmania perdendomi nei villaggi locali. Un giorno camminando sulla spiaggia scovai un villaggio di pescatori: lavorammo, mangiammo e dormimmo insieme per circa una settimana. Ci capivamo a gesti. E’ bello riflettere su quanto una popolazione così povera riesca malgrado ciò a offrire quel poco che ha, e anche con infinita generosità>>.

Un mese di Birmania e 600 chilometri alle spalle per Marco da Cuggiono il quale si dice pronto a spiccare il volo verso la Repubblica dell’India. Qui in India è maggio, e Marco nel subcontinente indiano si sarebbe intrattenuto per venti giorni.img-20160729-wa0005

2500 chilometri no stop da Calcutta a Dheli <<tutt’altro che facili>> dichiara il “pellegrino” che per sua fortuna non sapeva ancora cosa la sorte avesse in serbo per lui. Un incontro tutt’altro che semplice quello con l’India. <<Fu il momento più difficile del mio viaggio>>. Non tanto per l’ampiezza della superficie del territorio che avrebbe implicato interminabili pedalate on the road, quanto per i comportamenti assai invadenti della popolazione. <<Hanno una vera e propria forma di mania verso le foto. Ti fermano ovunque e ne vogliono fare tante e insieme. In generale sono molto curiosi degli europei soprattutto se hanno gli occhi chiari>>.

A non passare inosservato è indubbiamente il ciclista errante. Lui, una vera e propria mosca bianca vestita di rosso tra miliardi di abitanti. Una specie di specchietto per le allodole: europeo doc, occhi chiari, con indosso una tutina rossa aderente che con la sua epica bici “batteva” regolarmente le strade locali. E’ utopia pensare che lo facesse in tutta tranquillità <<mentre pedalavo i cittadini locali si affiancano a me con la loro motocicletta e con la foga di chiedermi da dove provenissi mi facevano sbandare regolarmente. E questo avveniva più volte durante il giorno. Sono pazzeschi!>>.

Per il “ramingo” italiano era diventato praticamente impossibile ritagliarsi un attimo di tempo da dedicare a sé stesso <<oltre alla bicicletta capitava toccassero anche te senza chiedere neppure il permesso. Una volta per allontanarli mentre pranzavo mi sono addirittura inventato di parlare al cellulare con un’altra persona ma non c’è stato verso che la piantassero>>.

Tutta questa indiscrezione non rallentò il viaggio di Marco ma di sicuro lo appesantì, anche in vista del fatto che in India ogni notte dovesse procacciarsi un nuovo alloggio <<ho sempre dormito nelle stazioni di polizia>>.

img-20160729-wa0013Come non bastasse <<lo sai che India la carta igienica non esiste? O meglio, esiste ma solo per le classi sociali altolocate. Non lo sapevo neppure io, l’ho scoperto perché non ve n’era traccia da nessuna parte. Infatti gli indiani – ride Marco – mangiano con una mano sola, la destra, perché l’altra la usano per qualcos’altro>>.

Probabilmente fu quello il momento catartico in cui a ragion veduta il globetrotter rimpianse come non mai la sua Italia, così come pure la sua amata Birmania <<lì almeno la carta igienica c’era!>>.

2500 chilometri filati (o quasi) e finalmente all’orizzonte l’aeroporto di New Delhi, e via di volata in direzione del continente nero. A Johannesburg è maggio ed è pieno inverno. Invernizzi non è equipaggiato per far fronte a temperature così rigide, condizioni termiche accettabili durante il giorno (15-16 gradi) ma non la sera dove a causa dell’escursione termica precipitavano a sei gradi. Scoglio che il viandante italico superò vestendosi a cipolla, con i vari indumenti che aveva a disposizione.

In seguito da Johannesburg a Cape Town. Dall’India dove si mangiava solo riso a Città del Capo dove si mangiavano solo ghiottonerie americane (essendo il Sud Africa una colonia inglese). <<La mattina la solita colazione da Re: uova, bacon, cappuccino, fette biscottate. Il tutto a due euro>>.

Abbandonato il continente nero, Invernizzi, si spinse a soli 2200 chilometri da casa, in Turchia, di preciso a Istanbul, punto di congiunzione tra Oriente e Occidente, l’inizio dell’Europa. E’ giugno, e l’ex Costantinopoli è reduce di due attentati <<non mi risulta che in Italia siano mai stati divulgati. Nonostante ciò la gente sembrava tranquilla. Nessuna paura. La città era molto turistica e il clima favoloso>>.

Si iniziava a intravedere il tanto sospirato traguardo. Mancavano pochi chilometri, il sogno non era più un sogno <<salto in sella, metto il caschetto, occhiali da sole, musica nelle orecchie e parto. Ormai la fatica è mia amica, e pedaliamo insieme attraverso i posti bellissimi che dall’autostrada non si possono vedere>>.img-20160729-wa0009

L’unico desiderio del turista del mondo ora è arrivare a casa e stringere forte a se i propri cari <<“Si volver es una forma de llegar” è un verso di una di quelle canzoni che mi spingevano su per le salite durante questo viaggio. “Se tornare è una forma di arrivare” (è la traduzione), non credo di poter trovare una frase migliore per descrivere meglio questo periodo della mia vita>>.

E poi l’arrivo <<quel giorno è stato fantastico. Tantissima gente ad aspettarmi: amici, parenti ma anche tanta altra gente! Tantissimi abbracci, emozioni e sensazioni strane, soprattutto il ricordo del giorno della partenza mescolato alla soddisfazione di avercela fatta. Ora anche le difficoltà le percepisco in maniera diversa, ormai sono abituato ad abituarmi>>. (seconda e ultima parte)

s.cariglia@varese7press.it

(foto di Marco Invernizzi)

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Posted by on 20 settembre 2016. Filed under Sociale,Varese,VARESE,Varie. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

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