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Il Teatro Manzoni du Busto Arsizio ricorda Pirandello con due spettacoli

BUSTO ARSIZIO,  4 gennaio 2017 – La ricerca drammatica di un inafferrabile senso dell’esistenza umana, l’atroce beffa del caso sulle nostre vite, l’assenza di una verità oggettiva delle cose, l’umorismo come chiave per smascherare le menzogne delle convenzioni sociali: sono molte le tematiche che rendono ancora oggi attuale il messaggio di Luigi Pirandello. Ne danno prova gli atti unici «L’uomo dal fiore in bocca» e «La patente», in cartellone al cinema teatro Manzoni di Busto Arsizio nella serata di venerdì 13 gennaio, alle ore 21, nell’ambito della stagione «Mettiamo in circolo la cultura».

L’appuntamento, inserito nel cartellone cittadino «BA Teatro», è proposto da «Culturando» in occasione degli ottant’anni dalla morte (10 dicembre 1936-10 dicembre 2016) e dei centocinquant’anni dalla nascita (28 giugno 1867-28 giugno 2017) dello scrittore siciliano.

Sul palco saliranno gli attori Davide De Mercato e Gerry Franceschini, con Valentina Brivio e Igino Portatadino. Firma la regia Gerry Franceschini, volto non nuovo alla scena teatrale bustese, con all’attivo una lunga esperienza nel mondo dello spettacolo che lo ha visto, tra l’altro, recitare in testi di Primo Levi e Karol Wojtyla, nonchè collaborare con la Casa Goldoni di Venezia, il Centro nazionale studi pirandelliani di Agrigento, la Società Dante Alighieri, l’Università Eötvös Lorànd di Budapest e il Centro nazionale studi leopardiani di Recanati.

«L’UOMO DAL FIORE IN BOCCA», PIRANDELLO E LA PRECARIETÀ DELL’UOMO

Il senso di ineluttabile incomunicabilità tra gli individui e la struggente consapevolezza della precarietà dell’esistenza umana sono i temi che permeano «L’uomo dal fiore in bocca», dramma borghese che lo scrittore di Agrigento mutuò dal racconto «Caffè notturno» del 1918, ripubblicato cinque anni dopo con il titolo definitivo de «La morte addosso».

Considerato un vero e proprio cavallo di battaglia di tanti grandi interpreti del secolo scorso, tra i quali l’indimenticabile Vittorio Gassman, lo spettacolo debuttò al teatro Manzoni di Milano il 24 febbraio 1922, diventando, con il tempo, un vero e proprio classico pirandelliano di grande impatto emotivo e di straordinaria forza drammatica.

Il pubblico viene trasportato all’esterno del caffè di una stazione ferroviaria, illuminato dalle luci fioche della notte. In questo scenario, squallido e crepuscolare, un «pacifico avventore» (Davide De Mercato), che ha perduto l’ultimo treno della sera e che, in attesa del convoglio successivo, lascia scorrere il tempo sorseggiando una bibita alla menta, si ritrova ad ascoltare la dolente storia di un uomo ammalato di epitelioma (Gerry Franceschini), un cancro o, come scrive lo stesso Luigi Pirandello, un fiore che la morte, passando, «ha ficcato» in bocca.

Il dialogo, o meglio il semi-monologo del protagonista, si configura come una meditazione sull’esistenza umana, sull’importanza della quotidianità e di tutto ciò che, in condizioni normali, appare insignificante. Dai braccioli delle sedie negli atri della stazione ai gesti che i commessi dei negozi compiono per fare un nodo a un pacco, dall’arredamento delle sale d’attesa dei medici all’imprevedibilità dei terremoti, tutto passa al vaglio dell’uomo malato, in un estremo e unico punto di contatto con la vita che sfugge, della quale egli vuole goderne fino allo stremo delle sue possibilità esistenziali, «come un rampicante alle sbarre d’una cancellata».

A fare da colonna sonora allo spettacolo, secondo le indicazioni fornite dallo stesso Pirandello nella didascalia iniziale dell’atto unico, è il suono del mandolino, con canzoni come «Notte di stelle» di Mario Rizzo e il «Concerto per due mandolini» di Antonio Vivaldi.

«LA PATENTE», IL TEMA DELLA MASCHERA IN PIRANDELLO

Luigi Pirandello

«La patente» si configura, invece, come un magistrale ritratto di uno dei più originali e paradossali atti di ribellione di un personaggio pirandelliano contro le ingiustizie della società. In questo lavoro, diventato famoso sul grande schermo grazie all’interpretazione di Totò, per la regia di Luigi Zampa e con la sceneggiatura di Vitaliano Brancati, l’autore siciliano presenta, nello specifico, un tema a lui caro come quello della maschera forzatamente imposta, una maschera che rende impossibile porsi agli altri per ciò che si è realmente e che alterna così gli intrecci relazionali fra gli individui, inquinandoli di pregiudizi e preconcetti.

L’atto unico, tratto dall’omonima novella del 1911 apparsa sul «Corriere della Sera» del 9 agosto di quell’anno e raccolta in volume nel 1915, sempre per i tipi dell’editore Treves di Milano, fu scritta in dialetto siciliano nel 1917 e in lingua italiana tra il dicembre 1917 e il gennaio 1918. La prima messa in scena, il cui testo fu edito sulla «Rivista d’Italia», si tenne, dopo una prima in dialetto all’Alfieri di Torino, il 19 febbraio 1919 all’Argentina di Roma, con la compagnia di Nino Martoglio e nell’interpretazione di Angelo Musco.

Al centro della scena vi è la figura di Rosario Chiàrchiaro (Gerry Franceschini), un «povero uomo» che costretto nella forma dello jettatore dalla stupidità e dalla cattiveria dei suoi concittadini -come dimostrano gli atteggiamenti superstiziosi dell’usciere Marranca (Igino Portatadino) e le parole commosse della figlia Rosinella (Valentina Brivio)- decide di risolvere il problema chiedendo al Regio Tribunale una «patente» che comprovi la propria «attività» di menagramo. La situazione appare comica, ma il giudice D’Andrea (Davide De Mercato), al quale l’uomo si rivolge, naturalmente non ride. Egli non crede alle dicerie della gente e, compresa la dolorosa condizione di Chiàrchiaro, gli esprime il proprio sentimento di solidarietà, pur rifiutandosi fermamente di concedergli una «patente» che comprovi il suo stato di jettatore. Ma il paradosso conquista la scena fino all’inatteso finale.

Ad accompagnare la narrazione, che si chiude con il tipico «riso amaro» di Luigi Pirandello, è il canto del cardellino, l’amato uccellino che rappresenta per il giudice D’Andrea l’unico ricordo della compianta madre e che, con il suo costante cinguettio, è, nell’allestimento di «Culturando», protagonista al pari di Rosario Chiàrchiaro e del Pubblico Ministero.

UNA PROVA APERTA PER LE SCUOLE

Nella mattinata di venerdì 13 gennaio, alle ore 10.15, è prevista una prova aperta dello spettacolo riservata alle scuole secondarie di secondo grado del territorio. L’appuntamento, a ingresso gratuito (previa prenotazione del posto all’indirizzo info@associazioneculturando.com) e su invito, sarà seguita da una lezione-dibattito su Luigi Pirandello e sulla sua produzione teatrale, a partire dagli atti unici messi in scena e dal loro confronto con le rispettive novelle.

Il costo del biglietto per lo spettacolo «L’uomo dal fiore in bocca – La patente», che sostituisce nel cartellone del cinema teatro Manzoni la prevista commedia brillante «Un inganno tira l’altro» con la compagnia «I reattori», è fissato ad € 20,00 per la platea ed € 15,00 per la galleria.

Il botteghino del cinema teatro Manzoni di Busto Arsizio aprirà i battenti nella giornata di giovedì 5 gennaio 2017, con i seguenti orari: dal lunedì al venerdì, dalle ore 17 alle ore 19.

Per maggiori informazioni sulla programmazione del cinema teatro Manzoni di Busto Arsizio è possibile scrivere all’indirizzo info@cinemateatromanzoni.it o contattare lo 0331.677961 (in orario serale e nei giorni di apertura del botteghino). Per informazioni sullo spettacolo «L’uomo dal fiore in bocca – La patente» e sulla prova aperta riservata alle scuole è possibile contattare l’associazione «Culturando» all’indirizzo info@associazioneculturando.com.

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Posted by on 4 gennaio 2017. Filed under PROVINCIA,Spettacoli&Cultura,Teatro. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

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