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Bologna Children’s Book Fair: le “fiabe nere” di Stefano Bessoni

BOLOGNA, 28 marzo 2018 – di SARA MAGNOLI –

Stefano Bessoni

«Il mio approccio all’illustrazione è molto personale, è un punto di passaggio che fa parte di una serie di esigenze dal punto di vista espressivo».

Nell’Illustrators Survival Corner allestito alla Bologna Childrn’s Book Fair e curato da Mimaster Illustrazione, il regista, illustratore e animatore stop-motion Stefano Bessoni racconta la sua Wunderkammer, la sua camera delle meraviglie che si lega alle “fiabe nere” e che l’ha portato a diversi libri per Logos ma anche a corti e lungometraggi. Con al centro il progetto delle “scienze inesatte”, «uno dei pilastri per me fondanti dell’illustrazione», spiega, vale a dire ciò che nasce da un background fatto non solo dello studio della storia dell’arte, ma anche delle scienze biologiche e di studi scientifici. «Un mio punto di riferimento – prosegue – è Peter Greeneway, regista gallese che ha iniziato come pittore, figlio di ornitologi, che mi ha insegnato a “sbordare”, a lasciare andare libera l’espressione, senza preconcetti». Da lì il primo germe di ogni sua storia, che per Bessoni è fatto di un disegno, un personaggio, «uno scarabocchio, concetto in cui credo molto: mi piace, più che illustratore, definirmi uno scarabocchiatore».

E nella sua personale Wunderkammer raccoglie oggetti fin d bambino, considerando camera delle meraviglie il suo stesso lavoro e concependo la storia come qualcosa di provocatorio, non come narrazione stereotipata che deve rispondere «a forme e modelli omologandosi».

E il progetto delle scienze inesatte rientra qui, in questa Wunderkammer che è un contenitore di cose incontrate, un paese “ipotetico” i cui abitanti sono dediti a scienze strane e anomale. Quattro libri, cui si aggiunge un’animazione stop motion, l’unione tra cinema e illustrazione, dove il primo vede muoversi come se fossero umani burattini creati da Bessoni prima sulla carta, personaggi grotteschi che per lui sono «un punto di arrivo dove diluire i miei concetti».

Al centro, la storia di Rachel, una bambina che scopre di essere uno spettro e nella cui casa nel paese delle scienze inesatte molti anni dopo la sua morte, durante la prima guerra mondiale, vanno a vivere Giona, un illustratore che disegna trattati scientifici e raccoglie oggetti, e Rebecca, figlia di costruttori di balocchi con una passione per i teschi. Ai quali Rachel chiederà qualcosa. «Mi piace pensare al lavoro come work in progress, che mi lascia lo stimolo per sperimentare: lavoro si cose che appaiono assurde, ma che partono da qualcosa di reale». Come quella rana pescatrice, esistente nella fauna tirrenica, però enorme, che nella sua rilettura di “Pinocchio” sostituisce il pescecane. «Rileggo le fiabe – spiega Bessoni – dalle pulsioni più nere dell’autore, più traumatiche, nel loro valore iniziatico e formativo». E la sua Rachel si ispira a Rachel Ruysch, realmente esistita nella seconda metà del Seicento, olandese, figlia dell’anatomista Friedrich che fu anche personaggio di un’operetta morale di Leopardi. Rachel che da piccola aiutava il padre nelle sue dissezioni e con la mamma confezionava merletti per rivestire i cadaveri usati negli studi paterni, ma che da adulta fu pittrice, esposta anche agli Uffizi di Firenze.

E poi, per il cinema, la creazione fisica dei burattini: «Per me – conclude Bessoni – un lavoro catartico».

s.magnoli@varese7press.it

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Posted by on 28 Marzo 2018. Filed under Spettacoli&Cultura. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

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