Widgetized Section

Go to Admin » Appearance » Widgets » and move Gabfire Widget: Social into that MastheadOverlay zone

“Friend of the Sea garantisce che il pesce sia pescato rispettando l’ambiente”: intervista al fondatore Paolo Bray

VARESE, 11 novembre 2018-di GIANNI BERALDO-

Paolo Bray, fondatore di Friend of the Sea

D’ora in poi, quando acquisterete del pesce nelle grandi catene di distribuzione e in molti casi pure nelle pescherie, controllate se sulla confezione vi e’ apposto il logo “Friend of the Sea’’ (Amico del mare), marchio registrato che certifica la qualita’ del pescato, la sua provenienza (in acque tutelate oppure no,  oppure da allevamenti che seguano dettami normativi internazionali ) e il metodo di pesca utilizzato. Insomma una vera e propria garanzia e tutela per il consumatore, sempre piu’ attento alla qualita’ del cibo ma soprattutto come e’ stato prodotto e da che zona provenga.

Tutto questo e molto altro e’ l’idea, il lavoro messo in atto da Friend of the sea, organizzazione non governativa nata nel 20007 (con sede a Milano) senza scopo di lucro, con l’obiettivo dichiarato di puntare decisamente sulla conservazione dell’ambiente marino in tutti i suoi molteplici aspetti.

In soli pochi anni tutti i piu’ grandi marchi di produzione ittica a livello internazionale hanno aderito apponendo il logo sopo severi controllo effettuati dal personale di Friend of the Sea. Stessa cosa dicasi per le maggiori catene di distribuzione come Coop, Conad, Despard, Lidl, Esselunga e molti altri.

Per saperne di piu’ abbiamo intervistato il fondatore e direttore PAOLO BRAY.

Senta, direi che ora il logo Friend of the sea inizia a essere familiare anche tra i consumatori italiani

«Direi di si’, anche se i primi anni ci siamo dedicati soprattutto alla sensibilizzazione delle aziende tramite molte fiere alle quali abbiamo partecipato, incontrandoci con i singoli decision maker. Abbiamo reputato che questa era la strada piu’ corta da intraprendere per sensibilizzare i consumatori. La fortuna e’ che in molti casi i direttori delle aziende, spesso piuttosto giovani, sono gia’ sensibili a certe tematiche ambientali pertanto diventa piu’ semplice coinvolgerli. Poi ci siamo accorti che questa operazione non era sufficiente per pubblicizzare il nostro logo, la nostra mission, quindi abbiamo aumentato il personale rendendoci ancora piu’ attivi a livello internazionale».

Tanti prodotti con logo, certificazione dopo audit

Dove operate prevalentemente?

«In quasi tutto il mondo. Il nostro logo attualmente e’ adottato da 800 aziende distribuite in 70 Paesi, l’Italia consta il 18 per cento del mercato. Quindi siamo intervenuti su piu’ fronti ma il processo e’ ancora lungo».

Negli ultimi anni e’ aumentata la sensibilita’ da parte della gente su temi ambientali, poi rimane il fatto che devono comunque esistere organizzazione come la vostra per concretizzare il tutto.

«Certamente. Noi siamo partiti da zero, personalmente ho iniziato a occuparmi di certi temi collaborando al progetto Dolphin Sea, precursore delle certificazioni prodotti ittici e che certifica che il tonno pescato non abbia causato danni a mammiferi marini. Da quella esperienza ho deciso di investire economicamente sul progetto Friend of the Sea. Non e’ stato facile, ma l’approccio, l’idea che abbiamo poi sottoposto alle aziende evidentemente ha trovato terreno fertile».

Ma le aziende come hanno reagito inizialmente alla proposta?

«Direi bene anche perche’ in parte gia’ sensibili al problema e man mano lo sono ancor piu’ diventate in quanto la grande distribuzione le ha indotte a percorrere questa direzione. E’ anche vero che il consumatore e’ sensibile all’aspetto ambientale ma ’ in generale vuole sempre piu’ capire, essere informato sulla storia che sta dietro a ogni singolo alimento, cosi’ come d’ altronde su tutti i beni che acquista».

Senta qualcuno potrebbe ipotizzare che dietro al marchio Friend of the Sea si nasconda un’operazione commerciale.

«Lo dico in maniera totalmente trasparente: noi abbiamo due realta’: una e’ la nostra associazione che si occupa anche dei progetti di conservazione che abbiamo sviluppato e supportato tramite faticose campagne (ad esempio quella della reintroduzione dello storione nei fiumi italiani, oppure ridurre il rischio di collisioni tra navi di trasporto e grandi cetacei, ecc…, ndr), l’ altra forma con la quale ci finanziamo e’ quella di ricevere le royaltyes su ogni logo utilizzato dalle aziende. Entrate economiche che permettono all’associazione di funzionare per poi promuovere il progetto a livello internazionale facendo attivita’ di comunicazione e marketing».

Insomma un lavoro serio e impegnativo.

«Certamente, noi operiamo sul campo in maniera importante e selettiva. Basti pensare che circa il 40% delle specie ittiche che ci vengono sottoposte per controlli, non hanno ottenuto la certificazione».

Esempi?

«Il nasello del Sudafrica che viene utilizzato per fare bastoncini di pesce, non ha ottenuto la certificazione in quanto impatta il fondale, servono grosse reti a strascico con il rischio di catturare altre specie a rischio come razze o squali. Non abbiamo certificato ad esempio il polpo del Marocco, i gamberi dell’India, grossi tonni del Sudcorea pescati all’amo e altri ancora».

Ma sono gli stessi produttori a chiamarvi o i controlli li eseguite autonomamente nei vari Paesi di riferimento?

«Come gia’ evidenziato giriamo tra le piu’ grandi fiere ittiche del mondo proponendo il progetto e questo produce risultati, poi divulghiamo il messaggio attraverso diverse piattaforme comunicative presenti in online. Le richieste di interessamento poi arrivano sia da Armatori che da aziende di acquacoltura. Il nostro logo infatti potenzialmente puo’ certificare due origini: la pesca e l’acquacoltura che oramai rappresenta circa il 50% della produzione ittica mondiale. Le due forme sono correlate ma adottiamo standard valutativi diversi visto che gli impatti ambientali sono diversi. Ci contattano anche i trasformatori e distributori, quindi la grande distruzione e aziende di catering o ristoranti».

Ci faccia un caso di bocciatura importante.

«Potrei portare il caso di una grande catena di distribuzione italiana che ci ha chiesto di effettuare un audit in Namibia tra i maggiori esportatori di nasello: ecco in questo caso l’azienda che li

Un auditing per apporre logo

pescava non e’ stata certificata».

Da questo esempio ne deduco che le grandi distribuzioni pongono la massima attenzione ai loro prodotti.

«Non sempre il pesce che richiedono e’ certificabile ma la cosa positiva e’ che negli anni hanno introdotto il requisito di essere certificati dando punti in piu’ alla qualifica del fornitore se si attiene a queste regole quando partecipano ai loro bandi di gara.

Senta, come vede la situazione a livelli di fauna ittica dei mari italiani?

«Non e’ positiva, in confronti ad altri mari il Mediterraneo ha un problema di mancanza di dati, nel senso che nel corso degli anni non sono stati raccolti sufficienti dati relativi ad esempio alle catture in rapporto allo sforzo di pesca, fattori essenziali utili a effettuare il cosidetto stock assessment sulla risorsa ittica. In confronto a quella oceanica la pesca nel Mediterraneo e’ a livelli quasi artigianali, diciamo che esiste un problema generale a livello di gestione. E’ un mare piccolo ma sul quale si affacciano tante flotte di nazioni diverse ognuna con problematiche diverse. Se pensiamo solo al mare Adriatico dove si affacciano l’Albania, Grecia, Italia, Slovenia, Croazia ecc… ci si puo’ immaginare le difficolta’ nel collaborare. Devo dire che negli ultimi 5 anni qualcosa si sta muovendo e si nota una volonta’ nel volere migliorare la gestione. A livello di quelle specie i cuoi dati sono disponibili, purtroppo si evidenza che sussiste un sovrasfruttamento quindi necessaria una migliore gestione»»

Migliore gestione intende ripopolamento di alcune aree immagino.

« E’ cosi’ ma in modo naturale,  magari identificando quello che dovrebbe essere il massimo sfruttamento sostenibile adottando delle misure per limitare alcune attivita’ di pesca»

Pescato dall’isola di Corfu’

Ma non esiste un limite al pescato?

«No, diciamo che vi sono situazioni particolari nei diversi mari e oceani. Per alcune specie vi sono assolutamente dei limiti, delle quote, Nel Pacifico orientale vi sono delle quote di pescato limite ma in altri ancora no ma ci si arrivera’. Nel mediterraneo vi sono limiti di quote per alcune specie come il tonno rosso».

Quale  la specie di pesce piu’richiesta al mondo?

«La specie piu’ pescata sono le alici del Peru’ che pero’ non finiscono in tavola ma utilizzate per produrre farina e olio di pesce,  a sua volta utilizzato per fare pellets e mangime per acquacoltura ma anche per altri allevamenti. Diciamo che vi sono molti grandi Paesi come il Canada o Stati come la California che oramai guadagnano di piu’ con l’ indotto derivante dal riutilizzo degli scarti del pesce, rispetto al pesce venduto per consumo».

Che dire, Bray ci ha raccontato davvero tante cose utili sia come consumatori che persone sensibili alla tutela dell’ambiente naturale, con la speranza che Friend of the Sea continui a perorare questa giusta causa ancora per molto tempo.

A proposito: dopo l’ intervista mi sono recato in un famoso supermercato per acquistare del pesce, trovandomi al cospetto di specie diverse ho cercato quelle in possesso del logo Friend of the Sea e…l’ho trovato!

direttore@varese7press.it

image_pdfimage_print
Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail

Posted by on 11 Nov 2018. Filed under Le Interviste,Sociale,Varese,VARESE,Varie. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.