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In esclusiva per Varese7press diario dal Medioriente della varesina Melania Borgo, inviata di Tele Pace.

Betlemme, 9 marzo 2011– di DAVIDE PAGANI-

Parlare di Medio Oriente non è mai facile: i suoi molteplici e delicati assetti politici rendono il MO un tema scottante e pure di difficile comprensione. Così come non facile è capire il perché di tutta questa lunga fase di stallo dove pare complicato trovare soluzioni politiche comuni. Ma cosa pensano di tutto ciò chi in quelle terre è nato e ci vive affrontando quotidianamente situazioni in parte difficili, ma molto più comuni di quanto ci si possa immaginare. Ecco, grazie alla varesina MELANIA BORGO, giovane laureata in filosofia da alcune settimane a Betlemme inviata per TelePace,  abbiamo l’opportunità di seguire direttamente cosa accade e come si vive in quella zona della Terra così martoriata ma anche così pregna di storia e dal fascino assolutamente incomparabile.

Melania, che rimarrà a Betlemme per tre mesi,  ha così accettato di inviarci periodicamente una sorta di diario personale in esclusiva per Varese7press. Noi ringraziamo Melania per questa straordinaria opportunità che permetterà a tante persone, a tanti  nostri lettori, di capire in parte sensazioni, emozioni, problemi, di tanti giovani (ma non solo), che vogliono continuare a vivere nelle loro città, nonostante tutto. Prima di pubblicare il suo racconto abbiamo però voluta che la stessa Melani ci raccontasse qualcosa di lei e del suo lavoro.

Melania come ti descriveresti per i nostri lettori?

Ho ventisei anni ed a marzo dello scorso anno mi sono laureata con una laurea magistrale in scienze filosofiche con una tesi su Jacques Lacan, uno psicoanalista francese. Il mio lavoro di ricerca era finalizzato all’analisi del ruolo che lo specchio e la maschera svolgono all’interno della dialettica del riconoscimento: come per Hegel, anche per Lacan un uomo per esistere necessita dell’Altro che lo vede. Da sempre amo leggere e viaggiare e per quindici anni sono stata scout.

Come hai deciso di partire per Gerusalemme di lavorare per Telepace?

Dopo uno stage in una casa editrice universitaria, diversi curricula inviati e poche risposte ricevute, ho avuto la fortuna di trovare sulla bacheca dell’Università degli Studi di Milano un vago annuncio sulla possibilità di lavorare a Gerusalemme come mediatrice culturale: incuriosita e inconsciamente consapevole che l’essere stata scout mi avrebbe agevolata ho deciso di provarci. Il primo colloquio è stato sorprendente: dopo soli venti minuti avevo già ricevuto un’informale conferma e avevo scoperto che il mio ruolo sarebbe stato quello della reporter che conosce la realtà locale, per poi catturarla e rivederla attraverso l’obiettivo (della telecamera o della macchina fotografica) o lo sguardo dell’altro (sia esso musulmano, ebreo, armeno, cattolico latino, francescano, copto o ortodosso).

Che ambiente hai trovato al tuo arrivo?

Sono arrivata in aeroporto dopo un viaggio di quattro ore, con tanti anziani pellegrini e qualche dirigente in trasferta. Appena uscita dal tunnel dell’aereo sono subito stata assalita (per due volte consecutive) dalle domande insistenti della polizia che voleva sapere perché fossi sola, cos’avrei fatto per tre mesi, chi conoscessi e perché avessi scelto come meta proprio Gerusalemme… La soluzione più semplice è stata quella di fingere di essere una pellegrina solitaria ancora studente: ho così evitato un ulteriore interrogatorio e sono finalmente uscita! Gerusalemme sorprende per la sua struttura medioevale, le sue strade di ciottoli scivolosi e la netta divisione tra musulmani, ebrei, cattolici e armeni. Poi l’arrivo in Palestina, i check point (semplici per i turisti, severi per i palestinese) e Betlemme (dove vivo e da dove scrivo) hanno concluso il mio primo giorno offrendomi in poche ore una visione completa, pur nella sua superficialità, della situazione mediorientale.

Cosa ti aspetti da quest’esperienza…?

Spero e credo che imparerò a conoscere realmente questa città e questo Stato, avendo la fortuna di vivere a Betlemme (in Palestina), di lavorare a Nazareth (in Israele) ed a Gerusalemme, di andare a far la spesa, a pagare le bollette in posta, a fare il bollo della macchina o dal panettiere. In una sola settimana mi sento già a casa e non più un ospite frettoloso. Inoltre lavorerò con altri quattro italiani e quattro palestinesi, ufficialmente convertiti al cattolicesimo, che hanno molta voglia di raccontarmi la loro quotidianità e sono sempre pronti a svelarmi luoghi e pensieri solitamente censurati al semplice pellegrino che vi rimane per pochi giorni.

Un ricordo dei primi giorni?

Sono rimasta subito meravigliata dal tetto del palazzo sotto la mia camera colmo di cisterne d’acqua e di pannelli solari: mi è stato raccontato che acqua ed elettricità sono rivendicati dagli israeliani come loro proprietà così che ai palestinesi resta solo quel che in Israele è considerato superfluo e la prima cena l’ho fatta a lume di candela essendo questa la stagione delle piogge e non essendoci stato molto sole negli ultimi giorni. Sorprende scoprire che i miei vicini di pianerottolo, pur avendo Gerusalemme a una quindicina di kilometri da casa, non possono andarci perché il loro passaporto è palestinese e non hanno permessi speciali di lavoro o simili! Inoltre, anche se li avessero, non potrebbero comunque varcare il check point con la loro macchina poiché l’assicurazione palestinese in Israele non è valida e sarebbero, quindi, costretti a prendere un pullman bianco (perché quelli verdi sono per gli ebrei e tutti si attengono rigorosamente alla regola).

Gerusalemme: incontro di tre  culture,come hai visto,per quello che hai osservato finora, la convivenza fra le diverse etnie?

I primi giorni avevo avuto la piacevole sensazione che la convivenza tra le diverse etnie fosse serena, molto più di quanto non si percepisse dall’Italia, ora però che sono qui da una settimana mi sembra sempre più che l’uno ignori l’altro, gli sguardi non si incontrano e ogni quartiere finge di essere il solo di Gerusalemme. Seguendo la dialettica del riconoscimento che vi accennavo prima, qui nessuno riconosce nessuno, tanto che i pullman dei due colori spesso hanno le stesse fermate e gli stessi identici orari. Tutti però ci tengono a mostrare concretamente la propria appartenenza: gli ebrei hanno lunghi boccoli ai lati della nuca e indossano sempre l’abito scuro mentre i palestinesi portano orgogliosi la kefia al collo. La comunità cristiana invece è molto piccola e composta quasi esclusivamente da cariche ecclesiastiche anche se poi copti armeni latini ed ortodossi hanno comunque abiti molto diversi e molto identificativi.

Cosa puoi dire ai lettori di Varese7Press con cui condividerai la tua avventura.

Vi auguro un buon viaggio in questa terra magica e coinvolgente (culturalmente storicamente e spiritualmente) sperando di riuscire ad accompagnarvi lungo queste strette vie medioevali, aiutandovi a non perdervi tra suk ( piccoli mercati di quartiere), moschee, sinagoghe, basiliche, spianata del tempio, muro del pianto e le otto porte d’ingresso alla città.

Davide Pagani

redazione@varese7press.it





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Posted by on 9 marzo 2011. Filed under Sociale,Spettacoli&Cultura,Varie. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

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