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Enrico Rava Quintet: “Tribe”.

Enrico Rava Quintet: “Tribe”. ECM 2218 (Distribuzione Ducale Dischi).

Non c’é molto da aggiungere, a ciò che già é stato scritto in passato, sull’attività di Enrico Rava per la Ecm. Prima di tutto, musica stimolante. Curiosa, in seconda battuta. Avvolgente, come se fosse nebbia nella metropoli. E poi, epidermica, nascosta, tenebrosa. Non facile: perché il jazz di Rava, negli anni, ha assorbito la riflessione, la strategia strumentale e timbrica, la flessuosità del pensiero e dei solo. Così, “Tribe” somiglia tanto all’ennesimo capitolo di un racconto sonoro nel quale la composizione – più che altro, lo stile, il segno, il carattere – è la regina saggia di un jazz che si trasforma lentamente. E che, lentamente, fluisce. Senza rinunciare al gusto di comunicare con chiarezza il passaggio da una ballad ad un post-bop più articolato e dal passo deciso. Dopo Easy Living, Tati, The Words and the Days, The Third Man e New York Days, il trombettista genovese si concentra ancora sull’esplorazione della musica più lirica ma meno esposta. Certo, ammaliante ma senza accecare. E’, insomma, l’ideale compagna di viaggio per chi vuole ferire di malinconia concedendosi però il lusso di qualche piccolo colpo di testa. Con un quintetto nel quale le giovani promesse – e i giovani che le promesse le hanno ormai mantenute – svettano per bravura, entusiasmo, capacità di dirigersi tutte insieme verso la meta decisa dal Maestro Rava. Gianluca Petrella al trombone, per esempio, è ancora un ragazzotto che ha fatto incetta di premi e affascina gli americani (e nel gruppo di Rava richiama forse la stessa affinità del trombettista con Roswell Rudd, ai tempi della New Thing), mentre Gabriele Evangelista è nato nel 1988, si diploma in contrabbasso al conservatorio “P. Mascagni” di Livorno (sua città natale), studia jazz con Salvatore Bonafede. Nel 2010, dopo i corsi Siena Jazz, entra a far parte del quintetto di Rava. Su Giovanni Guidi, classe 1985, dice lo stesso trombettista: “Uno dei pianisti italiani più interessanti e originali. E io che lo conosco bene ed ho il piacere di suonare con lui con una certa frequenza, posso affermare con certezza assoluta che non è che l’inizio di una storia che prevedo straordinaria”. Il senso di “Tribe” è tutto qui: voglia di fare, mettersi alla prova, dimostrare che il jazz si può inventare giorno dopo giorno. Come il quintetto fa con alcuni vecchi brani scritti da Rava negli anni ed ora affidati alle “unghiate” di chi, per età, è meravigliosamente incosciente.

Davide Ielmini

 

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Posted by on 9 febbraio 2012. Filed under Recensioni Discografiche. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

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