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Riflessioni: la decrescita felice.

Euro banconote1 320x284 Riflessioni: la decrescita felice. Varese, 22 agosto 2012- L’esperienza quotidiana, quella degli aerei che atterrano, delle mele che cadono, dei piatti che si rompono, suggerisce che se qualcosa sale, presto o tardi dovrà scendere. E’ una legge naturale tanto semplice quanto ineluttabile che forse tanti economisti e capi di governo hanno a lungo trascurato. Solo una tale svista spiega la ostinatezza con la quale i sistemi economici mondiali sono stati plasmati e condotti nel miraggio di una fantascientifica “crescita perenne”.

Si tratta di una teoria, universalmente applicata, oggi timidamente messa in discussione, secondo la quale ogni anno una economia nazionale debba produrre , beni e servizi, un po’ più dell’anno prima, e quindi, nondimeno, i cittadini debbano consumare un po’ più dell’anno precedente. Perché di giorno in giorno la popolazione aumenta, l’inflazione anche, il prezzo del petrolio sale, i politici amministrano sempre peggio e, semplificando, servono sempre più soldi.

E allora non rimane che produrre (e vendere) di più. Per creare occupazione ed aumentare ancora i consumi. Per offrire gettito fiscale e compensare i mal governi. Non rimane che investire in marketing, non per ricercare i bisogni ormai saturi dei consumatori, ma per creare dal nulla nuovi bisogni. Non rimane che costruire frigoriferi con gas refrigeranti corrosivi che ne inceppino il regolare funzionamento ad un tempo noto a priori.

E la chiamano “crescita economica”.

L’andamento di siffatta economia viene misurato attraverso un indicatore molto noto e poco compreso, il PIL. Incubo notturno dei capi di governo, quando non impegnati in “cene raffinate”. Banco di prova per ministri e “professori”. Misura tutto tranne ciò che rende la vita degna di essere vissuta, qualcuno ha detto.

Il PIL dice che l’economia decresce se un uomo sposa la sua badante e tecnicamente non le paga più lo stipendio. Cresce, invece, se la mafia prolifera e con essa le spese per combatterla. Oppure, decresce se un giorno decido di coltivarmi in giardino la lattuga invece di comprarla al supermercato. Ancora, cresce se aumenta l’inquinamento ambientale e con esso le spese per tamponarlo. Paradossale, no?

Del resto il PIL è solo una somma algebrica, la vita è un’altra cosa.

Cosa ne sa il PIL di quanto i cittadini riescano a vivere in maniera soddisfacente? Nella somma algebrica non rientra l’impatto ambientale delle produzioni e delle attività umane, il grado di coesione sociale, la cultura e la saggezza diffusa, quanto verde c’è nelle città, cosa viene insegnato nelle scuole, quanto i bambini soffrono nei monolocali al 7° piano, la solitudine degli anziani dimenticati dai figli e dal Welfare.

L’impressione è che il PIL, e chi lo ha inventato, abbia confuso il fine con i mezzi.

Allora, cari economisti, forse stiamo sbagliando qualcosa.

Forse è il caso di cambiare. Dal basso? Dall’alto? Meglio entrambe. Perché ogni popolo ha la classe dirigente che si merita, almeno in occidente. Perché mentre si accantonano i governanti corrotti o inadeguati, si devono rieducare i cittadini che li hanno eletti, e sono milioni. Perché il pesce puzza dalla testa, ma anche la coda vi assicuro non profuma.

Allora, cari umani, forse possiamo decrescere ed essere felici.

Decrescere consumando meno e meglio. Sostituendo il SUV con i mezzi pubblici, la tata con la nonna, le Seychelles con le Cinque Terre, il brunch con il picnic, il petrolio con l’idrogeno.

Sì, perché decrescere non vuol dire tornare indietro, ma andare avanti in un’altra direzione.

Verso un’economia dei bisogni e non dei prodotti, più etica e orientata alla qualità. Una finanza a supporto dell’economia e non di pochi ricchi giocatori d’azzardo. Un mondo industriale orientato all’innovazione ed alla sostenibilità ambientale e sociale. Un sistema educativo che formi donne e uomini intraprendenti, coraggiosi, saggi. Una società collaborativa, onesta, consapevole e solidale. Un sistema energetico logico ed ecologico in cui è il petrolio la fonte “alternativa”, con buona pace di sultani, texani e di Rocco Papaleo (ignaVo testimonial ENI). Infine, ci servirà una classe politica che abbia a cuore tutto questo.

Basta volerlo, e non è poco.

Giuseppe Licata

 

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Posted by on 22/08/2012. Filed under Sociale,Varese,VARESE,Varie. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

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