Intervista ai Not Moving: “Chiudiamo la carriera con l’album che volevamo fare da trent’anni”

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Tony, Rita e Domenico: i Not Moving

VARESE, 18 dicembre 2025-di GIANNI BERALDO

Poche band in Italia possono vantare il culto e la coerenza dei Not Moving.

Con il nuovo album ‘That’s All Folks’, la band piacentina mette il sigillo a una quarantennale carriera vissuta ‘pericolosamente’ tra garage, punk, rock, blues e introspezione psichedelica.

Registrato in soli tre giorni per catturare l’urgenza del live, il disco è un viaggio che attraversa le sfumature baritonali di Rita Lilith, i riff taglienti di Dome La Muerte e la solida base ritmica ( e molto altro) di Tony ‘Face’ Bacciocchi.

Dalla ricerca di una produzione ‘decente’ in un mercato bulimico, alla voglia di chiudere il cerchio lì dove tutto era iniziato, ecco la verità di una delle band più iconiche del nostro underground.

Insomma band che non ha perso il vizio di provocare. E a noi piacciono un sacco

In questa intervista (via Zoom) Rita e Tony ci svelano i segreti del nuovo disco, la scelta di un logo firmato dal grafico dei Clash per la copertina e la sfida di riproporre ancora rock’n’roll, e blues alla loro maniera.

INTERVISTA

Raccontatemi la genesi di questo nuovo e bellissimo album

Rita: Abbiamo pubblicato  Love Beat nel 2022 portandolo in giro in lungo e in largo. È andata bene a livello di vendite e di concerti, poi abbiamo detto: “Vabbè dai, vediamo”. In Italia funziona così: quando ti sei già fatto due giri di tutti i locali, o fai qualcosa di nuovo o muore tutto. Noi non siamo dei testoloni. Se risuoniamo ancora insieme è perchè dobbiamo fare qualcosa di nuovo. Avremmo potuto vivere di rendita facendo la “cover band” dei Not Moving, rifacendo i pezzi di quegli anni senza fatica, ma non saremmo stati coerenti con il nostro modo di pensare.

Antonio: Ognuno di noi ha influenze diverse rispetto aall’ultimo disco fatto insieme. Da allora Sono passati 30 e passa anni, le cose sono cambiate.

Rita: Tornando all’album. Io e Antonio siamo di Piacenza, Domenico è di Pisa: quei 250 km di distanza fanno la differenza. Questo fin dal 1983. Ci scambiavamo riff e testi a distanza. Io avevo il testo di  Wyoming Girl che mi girava in testa e gliela cantavo per telefono, molto naïf. Poi abbiam detto: “Proviamo a fare un provino”.

 

In quanto tempo avete concretizzato il lavoro?

Rita: All’inizio non avevamo proposte decenti dalle etichette ed ero depressissima. Poi la Tempesta Records e la Pop hanno accettato di collaborare. Avevamo una montagna di pezzi accantonati, tutti un po’ da finire. Vabbè, in tre giorni li abbiamo finiti tutti e siamo entrati in studio.

Solo tre giorni?

Rita: Sì, in tre giorni sono venute fuori le cose che mancavano: arrangiamenti, testi. Ad esempio But it’s not  l’avevamo messa da parte perché ci sembrava un giro rock and roll standard, poi mi è venuta l’idea di questa voce monocorde quasi alla Lou Reed e abbiamo trovato la chiave.

Antonio: Quando la musica diventa un’ossessione, ci pensi 24 ore al giorno. Magari mangi o guidi, ma pensi a dove dare un colpo di piatto o mettere un tamburello. Per Bo Diddley Is Doing Something volevo il suono dei primi anni ’50, ma è impossibile da riprodurre oggi: lui registrava con un microfono solo in mezzo alla stanza. Però è venuto un buon pezzo.

Però se tu avessi riprodotto fedelmente quel suono, sarebbe stata un’altra roba. Invece per me Bo Diddley è il pezzo preferito del disco

Rita: Infatti a me piace proprio perché ha tutta una storia questo diavolo che nel letto non è ovviamente un diavolo, ma è tutta una serie di cose che mi riguarda. È bellissimo.  Antonio: Invece il mio preferito è But it’s  not perché se l’avessero fatto i Rolling Stones adesso sarebbe una hit mondiale, e invece l’abbiam fatta noi.

Quindi con But it’s not aprite i concerti?

Copertina nuovo album

Antonio: No, li chiudiamo. Apriamo con Solo Famen che cresce

Ah, bello. Così serve per scaldarvi

Antonio: No, ma noi siamo ancora molto scatenati dal vivo. Non siamo diventati dei mollaccioni!

Allora vi vorrei vedere nel pezzo Once Again

Rita:Eh, no, in Once Again siamo un po’ psichedelici. Poi però siamo scatenati. Ci devi vedere non il giorno dopo, ma la settimana dopo come siamo ridotti. Antonio: No, non è vero, basta un giorno. Rita: Non è vero, però tre giorni dal sabato al mercoledì ci riprendiamo, visto che abbiamo messo giù anche un sacco di date vicine.

Antonio: Abbiamo fatto l’abbonamento all’Oki (un farmaco antidolorifico, ndr) per riprenderci. Anche l’Artrosilene e tutte queste belle cose. Quando ci telefoniamo con Domenico ormai i primi 5 minuti sono: “Come stai? Io sto prendendo questo, mi fa male quello” (dice ridendo).

Rita: Lo fanno tutti, solo che non lo dicono. Invece così promuoviamo un pò.

In That’s All Folks lo spirito Not Moving emerge prepotentemente e in tutta la sua totalità, ma con sfumature nuove.

Antonio: Siamo diventati un po’ più “classici”. Non in senso brutto, ma nel senso che ci sono delle regole in certi stili musicali che abbiamo imparato. Siamo meno furiosi, forse, ma è l’età. Quando sei giovane attingi da quello che hai intorno; a 65 anni hai alle spalle migliaia di ascolti, dai Soft Machine all’hardcore, dal jazz allo ska. Tutta questa esperienza ti entra nell’orecchio. Se sento Domenico che fa un riff alla Rolling Stones, io ci faccio un tempo alla Charlie Watts perché mi piace.

Rita, la tua voce sembra cambiata, quasi adattata a nuovi registri

Rita: È normale. Il guaio è quando uno non vuole adattare la voce che cambia al sound che propone. Da ragazza pensavo servisse un’estensione enorme, invece ho scoperto che la mia forza è nei bassi bassissimi. Ora lavoro sul colore, sull’interpretazione e sulla cura dei ritornelli.Negli ultimi dischi dei Not Moving mi sono molto concentrata su questa cosa e anche sulla cura, appunto, dei ritornelli: adesso me li immagino con tutte le voci, le seconde, le terze.

Senti, parlando di voci e di canto, qual è stato il pezzo più difficile da interpretare in studio e quale dal vivo di questi nuovi brani

Rita: Allora, in studio per me è stato Once Again. E’ un pezzo di Domenico e a me veniva tutto in un altro modo, infatti l’avevamo messo da parte.

E sarebbe stato un vero peccato…

Eh, certo. Finché non abbiamo raggiunto un compromesso del tipo: “io lo canto un po’ come mi pare e boh, perché sennò io non riesco a farlo come dici te”. Abbiamo avuto un po’ un battibecco su questa cosa. Infatti lui lo voleva probabilmente più lineare, più armonizzato, io invece l’ho un po’ ‘disordinato’ in certe parti. Invece quello più difficile da interpretare dal  vivo è But it’s not perché è molto basso. Quello che invece secondo me non è venuto come avremmo voluto è Bo Diddley Is Doing Something,  un brano volutamente dedicato a Bo Diddley. Io lo pensavo più tribale. Poi alla fine o non siamo stati capaci noi o per via della di registrazione  è venuto fuori un’altra cosa. Ma è un buon pezzo ugualmente

Anche la copertina richiama la vostra storia, richiamando un po’ quella del vostro primo album

Rita: Abbiamo deciso di farle in serie. Quella là aveva la copertina bianca con logo. Poi è uscito Lady Wine, il 45 giri della reunion 2019, copertina nera col logo bianco. Stavolta è blu col logo bianco. Abbiamo detto: “riprendiamolo, lo piazziamo lì in mezzo al blu e boh”. C’è il circo, ci sono gli indiani… quelli ci sono sempre. C’è lo scuro, il chiaro, questa ambivalenza. Quel logo è bellissimo, ce lo regalò il grafico dei Clash e dei Madness nel 1986. Abbiamo deciso di rimetterlo lì, in mezzo al blu. Antonio: Sì, però uno che ci fa un logo che ha fatto i Clash! Si poteva scriverci un libro sul logo dei Not Moving.

La scaletta dei concerti attingerà molto da quest’ultimo album?

Rita: Sicuramente ci saranno Solo Famen, But it’s not, Once Again, Wyoming Girl e Saffron Road. E poi Baron Samedi, il primo brano che abbiamo inciso. Visto che chiudiamo la carriera, in questo modo facciamo capire da dove abbiamo iniziato.

Con che formazione girate ora?

Siamo in quattro: noi tre (Rita, Antonio, Domenico) alla batteria e due chitarre. Né basso né tastiere.

Ma chiudete davvero la vostra lunga carriera dopo questo tour?

Rita: Sì, discograficamente. L’idea è:”facciamo l’ultimo disco e un giro per promuoverlo, poi si vedrà”. Antonio: I problemi di salute non sono proprio uno scherzo. Tutti e tre siamo stati “bastonati” da cose fastidiose che non ti rendono più così affidabile. Nella scorsa tournée abbiamo dovuto far saltare una data e lì ci siamo detti che non andava bene. Abbiamo sempre vissuto la musica in modo professionale, come una religione.

 

E come saranno questi live?

I concerti durano mediamente un’ora e un quarto tirata, più una lista di bis lunghissima. Se il pubblico ci desidera, abbiamo anche altro.

Giusto per rifiatare inseriteci qualche pezzo in acustico.

Niente set acustici, non sapremmo dove infilare la chitarra in macchina! Siamo in quattro: noi tre originali (Rita, Antonio, Domenico) più Marco Murtas. Due chitarre e batteria. Niente basso, niente tastiere. Solo l’energia dei Not Moving.

redazione@varese7press.it