VARESE, 14 gennaio 2026- di GIANNI BERALDO
Dalla quiete solitaria di un piccolo borgo affacciato sul Garda, la musica di Wayloz, ossia Osasmuede Aigbe, chitarrista, cantante e compositore italo-nigeriano di 25 anni, sembra percorrere rotte che collegano il blues ancestrale del Delta al folk colto e decadente della tradizione britannica. Con due EP pubblicati l’anno scorso a pochi mesi di distanza— uno acustico e nudo ( (Half Cast), l’altro elettrico e complesso (We All Suffer) — emerge una poetica che rifiuta la “liquidità” moderna per riscoprire il valore del supporto fisico e dell’ascolto lento.
Nelle sue parole, la sofferenza non è un tabù da camuffare, ma una chiave di solidarietà universale, capace di trasformarsi in una catarsi collettiva che profuma di natura e conifere.
Tra richiami a Peter Green, John Fahey e la spiritualità di Fela Kuti, l’intervista che segue (via zoom) esplora un viaggio musicale dove ogni brano è una pennellata di colore su una tela che parla una lingua internazionale.
INTERVISTA
Hai pubblicato due Ep sostanzialmente diversi, ma in qualche modo si accomunano però hai deciso di non pubblicarli anche in supporto fisico. E perché hai li hai pubblicati entrambi nel giro di pochi mesi uno dall’altro, forse per un percorso artistico nato in acustico e conclusosi in elettrico?
In realtà ho registrato per primo il disco in elettrico ancora dicembre del 2024, poi ho avuto l’opportunità di registrare dei brani da solo quindi, nel momento in cui ho dovuto decidere come pubblicare questi lavori, mi sembrava sensato partire da quello in acustico anche per un maggiore livello di arrangiamento, di complessità e di registrazione. Di questo EP in elettrico ho ordinato delle copie anche in cd che mi devono ancora arrivare. Francamente stamperei tutta la musica che registro, perché sono sono un accanito sostenitore della musica in formato fisico. Per me se si vuole veramente ascoltare qualcosa devi metterlo in uno stereo; o sederti e dare il tempo alla musica di di rimbalzare contro l’ambiente che hai attorno per assimilarla davvero. Poi vi sono altre logiche.
Hai pescato molto dalla tradizione sia a livello musicale che di testi: quindi avrebbe maggiore senso goderseli su cd o Lp.
Sì assolutamente. Io non sopporto come si è ridotto il l’ascolto della musica negli ultimi nell’ultimo periodo. Insomma, io stesso quando utilizzo delle piattaforme per ascoltare musica, mi ritrovo alienato molto presto e quindi preferisco ancora mettere su il disco premettendomi di vivere l’esperienza. Quello che mi piacerebbe fare in futuro, è stampare anche la la copia fisica dell’album acustico e venderli un po’ come una medaglia a due facce.
L’estetica del Blues e Muddy Waters
Tra i brani emerge una bella versione di Rollin’ an Tumblin’ di Muddy Waters dove
un passaggio del pezzo recita “I will die to the bottom come up” che racchiude tutto il senso del brano ma direi tutto lo spirito del blues, secondo me.
Sì, assolutamente. Muddy Waters per me è stato veramente uno dei primi esponenti che ha preso l’estetica del malessere e l’ha spurgata, l’ha resa un po’ una catarsi e portante di un’intera generazione di musicisti. Quindi ho scelto Rollin and Tumbling, appunto per questo, perché è un pò un riassunto di che cosa vuol dire provare e suonare la musica blues.
Il concetto di sofferenza in “We All Suffer”
Poi il secondo EP intitolato We all suffer, dove traspirano concetti legati a una certa insofferenza
Non ho mai non sopportato il dovere camuffare il fatto, che il dolore nella mia vita ha un ruolo fondamentale. Anche nella maniera in cui scrivo e quindi ho sempre ogni volta che faccio la mia musica non voglio avere paura di porlo in avanti in prima fila, di parlarne. Come dire “non parliamone perché altrimenti tutto si incupisce”. Per me in realtà è il contrario. Infatti ho scelto questo titolo, perché per me la sofferenza è la chiave attraverso il quale puoi sviluppare una solidarietà, una vera comprensione anche delle persone che hai vicino. Il dolore non è più uno strumento da utilizzare per sentirsi meglio, per sentirsi speciali, è più uno strumento per dire “Guarda l’universo soffre, tutto torna”. C’è qualcosa di più grande di noi che si muove e non necessariamente deve essere una cosa negativa. Però mi piace lasciare la porta aperta all’interpretazione di chiunque ascolti la mia musica.
La scelta della lingua inglese
Per riflettere certi stati d’animo hai deciso di utilizzare la lingua inglese , forse, perché la lingua italiana è un po’ complicata rispetto all’inglese nel raccontare certe cose. Sei d’accordo?
Sono assolutamente d’accordo. Secondo me la lingua italiana punta molto di più all’avere un tecnicismo molto specifico nel modo in cui scrivi, nei messaggi che veicoli. L’inglese invece, soprattutto con l’afroamericano , è una lingua musicale, cioè conta il suono delle parole, conta come si ammorbidiscono con la musica e contano le immagini. E siccome sono un grande fan dell’ermetismo poetico, a me piace scrivere testi con poche parole, pochi concetti che però forniscono delle immagini, un po’ come delle pennellate di colore.
In We all Suffer ci sono un trittico di pezzi tipo Fularia, Wallof e Luseti, che porta a pensare a un certo legame tematico e linguistico: pensi sia così?
Abbiamo cercato in studio di mantenere un suono, seppur con arrangiamenti diversi e con brani diversi. Abbiamo cercato di mantenere il modo in cui abbiamo ripreso la musica, lo stesso su un nastro con le stesse microfonazioni e quindi tutto il disco ha un’identità ben precisa.
Per come come vedo il disco, Fularia e Many Years, che sono i primi due brani, parlano di un malessere interiore, di come affrontare sè stessi. E’ più una visuale claustrofobica su delle sensazioni che provo. Invece Wolof apre la la visione sul mondo. Wolof è un brano che ho dedicato a quelle persone africane che si spostano dall’area del Sahara, emigrano e attraversano il mare. Quindi la visione delle problematiche, se vogliamo chiamarle così, o delle sensazioni diventa universale. Anche Luseti l’ho posta in quel punto specifico nel disco, perché è come un cambio di lente netto. Usando solo piano e voce è come un avvertire l’ascoltatore che adesso si cambia lente di osservazione, vero? The Golden Leg che è osservare non più dentro di sé, ma osservare il mondo e ritrovare sè stessi nel mondo. Diciamo che il disco è un piccolo viaggio che dura poco meno di mezz’ora, ma ogni volta che lo riascolto mi sembra vi sia tanta roba dentro.
Parliamo di Many Year con questo suono modulato, non è semplice: mi pare un sound quasi vintage
Many Years è ispirato a Danny Kirwen e Vitender Green. Quindi anche l’armonizzare le chitarre in quella maniera lì è perché quello era un periodo in cui ascoltavo Then Play On tutto il giorno, ma sempre suonato in acustico. Quindi per me aveva senso partire in acustico, poi sviluppare il brano ed aprirlo di più grazie alla voce.
La voce è meravigliosa in questo brano. Inserendola in non facili intrecci musicali
Ti ringrazio, mi fa molto piacere.
Radici e l’incontro con il folk tra John Fahey e Nick Drake)
Tra i tuoi artisti preferiti, John Fahey, Jeff Buckley, Nick Cave così come Nick Drake, insomma rimaniamo sempre nell’alveo della musica un pò crepuscolare. Come ti sei avvicinato a questi artisti e alla loro musica?
Secondo me è tutta colpa dei King Crimson, cioè quando ho ascoltato In the Court of the Crimson King a 16-17 anni mi sono innamorato un pò di tutta questa estetica fiabesca e decadente. Poi da lì sono andato a esplorare altri artisti simili, come Donovan che ha una ha una componente folk molto forte. Poi mi sono avvicinato al al mondo folk in maniera un po’ più profonda. Devo dirti però che è Jimmy Hendrix che ha portato una maniera di suonare la chitarra che prima non c’era, cioè meditare con la chitarra. Suonare la chitarra acustica vuole dire entrare in uno stato di trans e cercare suoni, cercare impressioni più che più che melodie, anche se la melodia è molto importante nella sua musica. Nick Drake è un nome che non l’avevo mai approfondito. Quattro anni fa ho ascoltato Five Leaves Left, è un disco che certe volte non riesco a ascoltare per intero perché mi ti prende troppo.
Come hai imparato a suonare in questo modo con quei particolari arpeggi?
Ho studiato sempre con degli insegnanti in elettrico e quindi la mia formazione sulla chitarra elettrica è accademica, sono anche diplomato in conservatorio in chitarra jazz.Quindi anche armonicamente certe cose vengono da lì. Per l’acustico, invece, posso dire anche con un po’ di arroganza che mi son costruito da solo ascoltando i dischi, ascoltando la musica che che mi è sempre piaciuta e trascrivendo soprattutto i brani di di Nick Drake, di Donovan e di Bert Yanche e altri. Così ho sviluppato uno stile un pò mio, mischiandolo con un po’ di musica africana. Molto simile anche la tecnica che usano i blues dell‘Ill country Junior Kim.

Origini nigeriane e Fela Kuti
Ma quindi le tue origini nigeriane hanno influito o no?
Purtroppo non sono mai stato in Nigeria, sono italo nigeriano e sono nato qui in Italia sul Garda, però conosco il grande Fela Kuti. La Nigeria mi ispira, nel senso che è il motore che mi spinge ad avvicinarmi all’Africanità, quindi a scoprire il sound del Mali, del Senegal, a scoprire musicisti come Ali Farka e altri grandi musicisti tradizionali che mi hanno influenzato e hanno influenzato il mondo.
E di Bombino cosa mi dici?
È stato tra i primi a diffondere quella sonorarità lì. Ho in testa la sua musica e quando suono in elettrico decidendo di portare un pò di sound desertico, sicuramente la sua influenza si fa sentire. Sono artisti che non sono irrisori, diciamo, non passano inosservati. Quando li ascolti, li senti suonare, ti pervade un’energia incredibile.
Natura e solitudine (Brown Skin Conifer)
Un altro brano mi piace molto, si tratta di Brown Skin Conifer: un altro richiamo alla natura
Sono un osservatore della natura. Vivo davvero in un paese di 400 persone su una collina sul Garda e quindi la natura è ovunque. Cioè di notte se esci senti i cinghiali le oche che starnazzano. Per me la natura è sempre stata una una costante, un’ispirazione, anche nella mia solitudine. Però non sono Nick Drake, non sono un pessimista cosmico. Io vedo la sofferenza ma poi ho una consapevolezza della natura. So ciò che mi circonda i fiumi, le montagne, i boschi e quindi questa energia cerco di di utilizzarla per per tirare fuori della musica. Brown Stein Conifer, ad esempio, parla di pene d’amore, è un blues, c’è lo slide, c’è il basso alternato, è un blues dove immagino di essere in un bosco di conifere e nella corteccia delle conifere di rivedere la pelle della persona che che mi sta mancando in quel momento lì. Quindi, nonostante ci sia questa solitudine, c’è la natura che in qualche modo mi abbraccia e mi sostiene nel nella mia esperienza. E’ un’ispirazione costante, ma mi piace pensare che anche i bluesman tipo John Lee Hooker, guardavano quello che avevano attorno, l’ambiente in cui sono cresciuti. Grazie a questi elementi hanno sviluppato i loro sound, il modo di suonare.
Carriera solista e band
Hai scelto questa strada come solista o hai intenzione in futuro di fare qualcos’altro?
Per adesso solo come solista. Ho intenzione di proseguire come solista perché è la musica che è sempre rimasta dentro di me, questa che sentite ora e quindi sono contentissimo di di vederla realizzata. Detto questo, ho anche una band, un trio, lo stesso con il quale ho registrato il disco. E’ una doppia anima che mantengo parallela. Sono due aspetti che non sono uno l’opposto dell’altro, ma sono un po’ due manifestazioni della stessa fonte. Sostanzialmente c’è una similitudine molto forte tra le due e quando suono in elettrico riarrangio i brani di Half Cast in elettrico e quando suono in acustico riarrangio alcuni brani di We All Suffer in acustico.
Registrazione in studio e collaboratori
Ma dove li hai conosciuti questi musicisti?
Carlo Podigghe ed Emanuele Maniscalco sono due due punte di diamante di Brescia e provincia, quindi sono la fama li precede. Da ragazzo guardavo e li ammiravo, dicevo “Cavoli, vorrei mi piacerebbe essere come loro” e averli con me a registrare, a suonare è stato una sorpresa e una fortuna. Sono delle persone che ho sempre ammirato, ho sempre stimato e nel momento in cui dovevo andare in studio, avevo pochi soldi, dovevo farlo in fretta, dovevo lavorare in pochi giorni, ho pensato alle due persone con più talento, con più sensibilità artistica che io conoscessi.
Visione futura e promozione estera
E a livello promozionale come ti sei attivato?
A livello promozionale lo scorso 5 dicembre ho suonato al Germi e una bella intervista a Radio Popolare. Tra l’altro quando ho suonato al Germi c’era Manuel Agnelli che si è complimentato con me tantissimo: una conferma molto importante per me. Orasto cercando posti in cui suonare, andare in giro. Proporre la mia musica con concerti fuori dall’Italia sarebbe la cosa a cui ambisco di più, perché canto e suono in un modo che è internazionale.





