VARESE, 29 gennaio 2026-di GIANNI BERALDO
Dario Vergassola (attore, comico e cabarettista, scrittore musicista e molto altro ancora) torna in provincia di Varese, precisamente venerdì 30 gennaio al Teatro Sociale Delia Cajelli di Busto Arsizio, con il suo nuovo spettacolo, un monologo di due ore intitolato “Storie Sconcertanti”.U n viaggio ironico e dissacrante che Dario Vergassola definisce come una vera e propria “stand-up comedy” alla vecchia maniera. Tra monologhi taglienti e brevi incursioni musicali, lo spettacolo mette a nudo le assurdità del quotidiano, Insomma un viggio in compagnia della tagliente e divertente ironia e satira, tipica di Vergassola.
Lo abbiamo raggiunto telefonicamente, mentre combatte con un ascensore bloccato e una pioggia battente, ma la sua verve non ne risente: tra una battuta su Trump e una riflessione sul ‘politicamente corretto’, ci racconta come è cambiato il mestiere di far ridere oggi.
INTERVISTA
Dario, porterai “Storie Sconcertanti” a Busto Arsizio. Come mai scegli spesso i teatri di provincia rispetto alle grandi città?
Guarda, si va dove ci chiamano, ti porta il pubblico! In realtà, mi diverto molto a fare anche i festival — ne dirigo cinque o sei tra la Sardegna e le Cinque Terre — e lì ho capito che il format dell’intervista funziona tantissimo. Anche se non c’entra direttamente con lo spettacolo, ho sviluppato una concentrazione quasi ‘didattica’ su questo tipo di interazione. Vado nei comuni, parlo con i sindaci, mostro quello che faccio. Con le interviste puoi approcciare chiunque, dal filosofo Galimberti a Cruciani. Poi, certo, c’è il teatro classico con Riondino, dove io faccio la parte del comico cialtrone che non sa nulla e lui cerca di spiegarmi l’opera.
Lo spettacolo: tra Stand-up e tradizioni
Cosa vedremo esattamente sul palco?
È uno show dove attacco e stacco i pezzi, un po’ a braccio, seguendo quello che il cervello ricorda. C’è la famiglia, il lavoro, il sesso… insomma, quella che oggi chiamano stand-up comedy, ma che in realtà è quello che abbiamo sempre fatto: monologhi e storie. Porterò anche un po’ della mia guida sulle Cinque Terre e racconterò aneddoti sulle interviste storiche, come quelle fatte a Zelig o ai tempi dei Social del Piffero. Poi suonerò e canterò anche qualcosa tra una battuta e l’altra.
A proposito di Zelig, so che hai avuto una sorpresa riguardo al tuo archivio digitale
Incredibile! Io pensavo che quelle vecchie interviste fossero finite in cavalleria, invece sui social hanno numeri pazzeschi. Il ‘meglio di’ delle interviste a Zelig fa 5 milioni di visualizzazioni. Io non sono un grande stimatore dei social, sono un boomer, rischio di diventarne dipendente come del flipper! Però vedo che questa roba funziona perché, forse, la gente ne ha abbastanza del politicamente corretto.
La satira e il ‘politicamente corretto’
Come ti rapporti oggi con i limiti di ciò che si può dire, insomma con il politicamente corretto
Io lo ignoro. Su Instagram, con i miei autori, scriviamo cose orrende, quella che chiamo ‘Educazione Cinica’. Battute sui necrologi, sulle notizie del giorno… ogni tanto ci bloccano perché siamo troppo cattivi. Ma il punto di riferimento resta il bar. La gente che non ha autoironia mi terrorizza. Oggi l’intolleranza e il pregiudizio vengono sbandierati con orgoglio, ma io credo nell’anarchia cazzeggiatrice: puoi fare battute su chiunque, anche sul Papa. Se la battuta fa schifo, paghi il prezzo del silenzio, ma devi poterla fare.
Oggi vanno molto di moda realtà come Taffo (nota agenzia funeraria famosa per i suoi ironici messaggi pubblicitari, ndr) che scherzano sulla morte. Tu però rivendichi di essere arrivato prima con la tua ‘Educazione Cinica’, giusto?
Ma noi lo facciamo da prima di Taffo! È geniale quello che fanno loro, per carità, ma noi ci divertiamo su tutto. Se muore il costruttore di caldaie Riello, scriviamo che “si è spento”. O se muore un logopedista, diciamo che “le sue ultime parole sono state chiarissime”. Sono cazzate da bar, roba terribile che a volte mi bloccano sui social perché non capiscono l’ironia. C’è gente che si spella per una bella bara che diventa tavolo da campeggio… la gente non ha autoironia, e questo mi terrorizza.
Dario, nonostante i milioni di click e i teatri pieni, continui a vivere nel tuo quartiere di sempre e a frequentare i compagni delle elementari. È questo il segreto per non perdere la bussola?
Ma sì, vivo ancora con quelli delle elementari, quelli di quando facevo l’operaio. Figurati se me la prendo per una critica o per un blocco sui social con quello che mi dicono loro tutti i giorni! Mia moglie ha persino messo un’araldica sopra la porta con scritto: “Finché non se ne accorgono, vai”. È la mia spina dorsale.
Lavori ancora con David Riondino?
Sì, con Riondino facciamo “Non si batte il classico”, portiamo in scena cose musicali sulla Traviata o sulla Bohème, con musicisti che suonano dal vivo. Il gioco è che lui cerca di spiegare l’opera a un “comico cialtrone” — che sarei io — che non ne sa nulla. Io però non ne voglio sapere, non voglio sentire la “cacciara”, faccio un po’ come lo studente con la maestra. Ho il mio microfono e dico quello che mi pare; è un modo molto didattico ma divertente per affrontare quel mondo.
Su Trump e Musk
È più difficile fare satira oggi, con personaggi come Trump o Elon Musk?
Molto più difficile. La politica è talmente fuori dal mondo che è già la parodia di se stessa. Come fai a fare l’imitazione di uno come Trump? È già un meme vivente. Dovresti farlo serio per far ridere. Ai tempi del Berlusconismo c’erano personaggi fantastici, ma oggi sono tutti caricature. A Trump chiederei solo di spostare la testa di due millimetri a sinistra, visto che l’ultima volta è andata bene per un pelo.
E Musk?
Gli direi di cambiare spacciatore! È un razzista, e non solo perché vende razzi.
Dicevi che i politici oggi si fanno i meme da soli. Questo toglie spazio a voi comici?
Ma sì, ormai non devi più faticare a capire il personaggio, si fanno il meme da soli col

pinguino della Groenlandia, che poi il pinguino sta al Polo Sud, manco sanno dove stanno i pinguini! Come fai a fare la parodia a uno così? Sono avanti, sono già oltre la comicità. Se uno telefona e dice “voglio la Groenlandia” di botto, nemmeno alle elementari ti veniva in mente una roba del genere.
Il futuro e la tecnologia
Usi mai l’intelligenza artificiale per i tuoi testi?
No, assolutamente. Solo ignoranza naturale!
Preferisci il set cinematografico o il palco?
Senza dubbio il palco, quindi dal vivo. Mi piace stare tra la gente, ai festival. Al cinema o nelle fiction — ne ho fatta una recente per la Rai, Finestra vista lago con la regia di Pontecorvo — mi sento sempre l’unico scarso in mezzo a bravissimi attori. Invece l’intervista, anche quella ‘seria’, mi viene meglio se la porto sul piano del bar: è lì che esce la parte più divulgativa e vera delle persone.
Hai citato la nuova fiction e lo spettacolo, ma hai ammesso scherzando di non avere memoria. Come fai a gestire testi, canzoni e copioni?
Guarda, non c’ho memoria di una sega! Nella fiction ho fatto cose terribili perché non mi ricordavo nulla, probabilmente non mi chiameranno mai più. Anche nello spettacolo vado a braccio: attacco e stacco dei pezzi, quelli che mi ricordo bene, quelli che non mi ricordo… il cervello va così. Le canzoni sono lì per rompere il ritmo, ma il resto è una storia che si costruisce al momento. Finché non se ne accorgono che vado a caso, io vado avanti!
Hai viaggiato molto, con la famiglia sei stato persino in Patagonia. Nello spettacolo c’è spazio per i racconti di queste terre lontane o preferisci restare nei confini del tuo ‘bar’?”
No, la Patagonia la lascio abbastanza fuori. Sai, per quanto uno viaggi, alla fine è l’India che ti resta dentro come metro di paragone. È lì che ho capito tutto: quando vedo le nostre strade illuminate a festa, penso che avrebbero fatto meglio a sistemare prima le fogne.
Sì, tutto bello, ma il sistema fognario? Sarebbe meglio fare prima quello”. Ecco, la società di oggi mi sembra così: tante luci fuori, ma sotto manca la struttura, mancano le basi.
Porto lo sguardo dell’operaio ovunque: puoi andare alla fine del mondo, ma se non c’è autoironia o se manca la struttura sotto le luci, non vai da nessuna parte. Preferisco raccontare la dipendenza dalla canottiera o i traumi dei figli unici, sono storie molto più ‘sconcertanti’ di un ghiacciaio.
Rispetto ai tuoi esordi, come vedi cambiato il mondo della comicità e dell’intrattenimento? C’è stata un’evoluzione o siamo tornati indietro?
È cambiato tutto perché una volta c’erano solo gli autori che scrivevano, era un mondo più chiuso. Adesso invece, grazie ai social, tutti possono dire la loro e trovi dei “cavalli di battaglia” incredibili ovunque. Se Dio vuole, riesci a scovare gente geniale anche su internet, come i ragazzi di Lercio, che io seguo perché mi ci ritrovo molto. Il problema è che, se da una parte c’è questa libertà, dall’altra c’è molta più censura e restrizione mentale. Ma alla fine il segreto è sempre quello: se sei bravo e hai ironia, la gente ti segue. Io resto dell’idea che il benessere, quello vero, passi sempre attraverso il cazzeggio.





