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Varese e le Olimpiadi: il grande flop delle aspettative rispetto ai proclami iniziali

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Sindaco Galimberti al Palaghiaccio con mascotte olimpiche (foto varesenews)

VARESE, 4 febbraio 2026- di GIANNI BERALDO

Quando nel 2019 risuonò l’annuncio di Milano-Cortina 2026, a Varese l’entusiasmo era tangibile.

La ‘Città Giardino’ si era subito candidata a un ruolo da protagonista: non solo come porta d’accesso grazie a Malpensa, ma come vero e proprio hub strategico, capace di intercettare atleti, delegazioni e turisti in cerca di un’alternativa raffinata alla frenesia milanese. Tuttavia i dati e i fatti raccontano una storia diversa, fatta di occasioni mancate e di un ‘effetto traino’ che fatica a superare i confini della metropoli.

Il miraggio dell’Hub del Ghiaccio

Il progetto ambizioso era chiaro: trasformare Varese nel Polo del Ghiaccio della Lombardia. Si sperava che la vicinanza con le sedi di gara milanesi e l’eccellenza delle strutture locali, avrebbero portato qui il quartier generale di intere federazioni internazionali.

L’aspettativa riguardava un afflusso massiccio di squadre olimpiche per i ritiri pre-gara, con ricadute dirette sull’indotto alberghiero e commerciale.

La realtà invece dice altro. Sebbene alcune nazionali (come quelle di pattinaggio di figura) abbiano scelto il rinnovato palaghiaccio varesino per brevi sessioni di allenamento, il grosso dei flussi è rimasto polarizzato su Milano e sui villaggi olimpici montani. Varese è rimasta una tappa di passaggio, un ‘piano B’ che non si è trasformato nel cuore pulsante sperato.

Il nuovo Palaghiaccio varesino

Le stime iniziali parlavano di una saturazione delle strutture ricettive del Varesotto, alimentata dal overflow di visitatori provenienti da Milano. I dati più recenti (febbraio 2026) indicano che, mentre Milano viaggia verso l’80-90% di occupazione con prezzi alle stelle, la provincia di Varese registra numeri positivi ma non rivoluzionari.

La spesa media giornaliera del turista olimpico a Milano è stimata intorno ai 440 euro. A Varese, il turismo rimane legato a una dimensione più locale o legata ai viaggi d’affari di Malpensa, senza quel salto di qualità internazionale che l’evento avrebbe dovuto garantire.

Infrastrutture: l’eredità a metà

Uno dei punti cardine delle ‘Grandi Aspettative’ riguardava il potenziamento dei collegamenti. Si parlava di una rivoluzione nella mobilità tra l’aeroporto, Varese e il capoluogo.

Le Olimpiadi dovevano essere il catalizzatore per opere attese da decenni, ma molti cantieri sono stati rallentati dall’aumento dei costi delle materie prime e dai ritardi burocratici.

Andrea Meneghin

Molte delle opere che oggi vengono celebrate come ‘eredità olimpica’, erano in realtà già pianificate (come il potenziamento ferroviario verso la Svizzera); il rischio è che, spenti i riflettori, Varese si ritrovi con strutture sportive eccellenti ma con un sistema di accoglienza che non ha saputo fare il salto di scala verso un pubblico globale.

Nonostante Milano sia quasi sold-out, a Varese si registra uno stallo nei soggiorni, con molte camere rimaste vuote.

Non tutto è perduto, ma è necessario un bagno di realtà. Varese non è diventata la seconda sede delle Olimpiadi, ma può ancora giocare la carta della sostenibilità a lungo termine.

Se l’evento non ha portato l’invasione turistica prevista, ha però lasciato una maggiore consapevolezza sportiva e impianti modernizzati che serviranno alla cittadinanza per i prossimi trent’anni.

L’errore, forse, è stato confondere un evento di due settimane (un mese prendendo in considerazione pure le Parolimpiadi che termineranno a marzo) con una strategia di sviluppo decennale.

Varese arriva al 2026 consapevole che la gloria olimpica brilla forte a Milano e Cortina, mentre qui, tra i laghi e le prealpi, resta il compito più difficile: trasformare i resti di un sogno ambizioso in una realtà solida e quotidiana.

redazione@varese7press.it