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Intervista a Ezio Gavazzeni, autore del libro-inchiesta sui cecchini del weekend a Sarajevo: «Molti arrivavano dalla Lombardia»

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Ezio Gavazzeni (foto autorizzate da profilo FB)

VARESE, 6 maggio 2026- di GIANNI BERALDO

Il libro-inchiesta “I cecchini del weekend” (PaperFist editore) del giornalista Ezio Gavazzeni è un’opera sconcertante, capace di lasciare basiti di fronte agli abissi di crudeltà che l’essere umano può raggiungere nel silenzio e nell’indifferenza generale.

Frutto di tre anni di indagini serrate, raccolta di testimonianze e analisi dei fatti, il volume documenta una realtà agghiacciante: durante la guerra in Bosnia, decine di persone facoltose provenienti da vari Paesi europei si recavano a Sarajevo nei fine settimana per puro e sadico divertimento.

Questi “turisti”, armati di fucili di precisione, prendevano di mira i civili (inclusi diversi bambini), pagando cifre considerevoli basate su un vero e proprio “tariffario” delle vittime. Si trattava di imprenditori e professionisti, molti dei quali provenienti da un asse geografico compreso tra Piemonte, Lombardia,  Veneto e Friuli Venezia Giulia, figure che spesso occupano ancora oggi ruoli apicali nella società o nella politica.

Grazie al lavoro di Gavazzeni e al docufilm “Sarajevo Safari” del regista sloveno Miran Zupanič, la Procura di Milano ha aperto un’inchiesta.

Alcuni familiari delle vittime hanno finalmente deciso di testimoniare a trent’anni dai fatti e, dalle prime risultanze della magistratura, sembrano emergere i nomi dei responsabili. Nell’intervista che segue, Gavazzeni ci rivela come l’inchiesta sia tuttora in corso e come, visto l’evolversi della situazione, stia già lavorando a una versione aggiornata del libro con nuovi, inediti elementi.

Per questo e molto altro abbiamo deciso di sentire telefonicamente l’autore del libro-inchiesta

L’Intervista

Con il tuo libro “I cecchini del weekend” scoperchi un vaso di Pandora veramente terrificante. Qual è stata la scintilla che ti ha spinto a indagare su questo specifico aspetto del conflitto bosniaco e come sei riuscito a conquistare la fiducia dei testimoni e degli accompagnatori?

Guarda, la notizia io l’avevo appresa già dagli anni ’90 perché erano usciti degli articoli sui giornali, ignorati sia dalle procure che dalle autorità giudiziarie. È strano, ma c’erano state informazioni sul Corriere della Sera e sulla Stampa che erano state trascurate, nonostante i profughi che scappavano dalla guerra raccontassero di questi “turisti cecchini” che andavano a sparare alla popolazione civile. Mi è rimasta impressa questa informazione e chi mi conosce sa che ogni tanto tiravo fuori questa storia, dicendo che mi sarebbe piaciuto raccontarla, ma non ne avevo i mezzi. Avevo ipotizzato persino un romanzo, ma non se ne fece nulla.

Poi la decisione di fare un’inchiesta

Sì, la svolta c’è stata nel 2023, quando apprendo per caso che il regista Miran Zupanič aveva girato un documentario. Scrissi subito a lui. All’epoca “Sarajevo Safari” non era disponibile come oggi; era in un’area riservata. Il regista è stato molto cordiale e mi ha dato le chiavi per vedere il film e l’indirizzo email di Edin Subasic, uno dei testimoni. Da lì è partita la mia inchiesta, che ha preso poi una strada completamente autonoma rispetto al documentario. Bisogna dare atto a Zupanič di aver fatto un grande lavoro, ma io sono partito da lì per andare oltre.

Sia nel libro che nel documentario si parla di tariffe specifiche per le vittime, con i bambini indicati come il “trofeo” più ambito. Come si concilia questa estrema razionalità burocratica dell’organizzazione con la ferocia degli atti commessi? Esisteva una vera rete logistica?

Esisteva un’organizzazione ridotta all’osso, non erano decine di persone, che portava i ricchi turisti nelle zone di guerra. Questa organizzazione si occupava solo di soldi. Non bisogna pensare all’umanità o alle vittime: queste sono categorie morali ed etiche che attribuiamo noi. Per loro era solo business e i turisti erano il loro target. Qualcuno si è arricchito molto e in poco tempo con questa operazione.

Abitanti di Sarajevo corrono per non essere colpiti da cecchini

Quali sono state le difficoltà principali nell’entrare nei gangli vitali di questa inchiesta?

Le fonti. Non tutti hanno voglia di parlare o di spingersi oltre. Sono stato fortunato a trovare persone che mi hanno aiutato in modo disinteressato. Molte delle fonti che il lettore troverà nel libro sono poi andate in Procura a testimoniare. Questo garantisce al lettore che non parliamo di persone che “buttano il sasso e nascondono la mano”; ci hanno messo la faccia, confermando le vicende ai magistrati tra novembre 2025 e febbraio 2026, un mese prima dell’uscita del libro.

Questo conferma la solidità di quanto riportato

Certamente. Poi c’è una Procura che deve indagare, io non sono un giudice, ma il fatto che la maggior parte delle fonti ci abbia messo la faccia dimostra la solidità dell’impianto presentato.

Quanto era profondo il legame tra questi turisti stranieri e i vertici militari che gestivano l’assedio di Sarajevo?

Più che il turista singolo, era l’organizzazione ad avere i rapporti. Si premuravano di pagare le mazzette ai serbo-bosniaci che assediavano la città per non far passare guai ai propri clienti. Parliamo di persone facoltose che spendevano cifre folli per lo “sfizio” di un weekend; non volevano problemi e l’organizzazione li risolveva pagando tutti gli attori interessati. Sicuramente anche sul lato degli assedianti c’è chi si è arricchito in fretta.

Hai accennato a molti italiani, professionisti e imprenditori, molti dei quali provenienti dalla Lombardia. Hai

Sarajevo: in fuga dai cecchini

elementi ulteriori su territori specifici, magari nel milanese o nel varesotto?

Per ora potremmo circoscrivere l’area al milanese, anche se altre zone non sono da escludere. Come scrivo nel libro, la direttrice dell’autostrada A4, da Torino a Trieste, è la “spina dorsale” intorno alla quale si concentrano i clienti, perché attraversa le città più ricche: Milano, Bergamo, Brescia, il Veneto. Al momento non ho evidenze specifiche sulla provincia di Varese, ma non lo escluderei; le indagini sono appena cominciate.

Molti di questi personaggi occupano ancora oggi posizioni di rilievo. Pensi che possano essere protetti o credi che queste testimonianze porteranno a una condanna, almeno morale?

Oggi sono ultra-sessantenni o settantenni. Credo abbiano molta meno protezione rispetto ai tempi della guerra; quella rete è diventata più permeabile. Dalle notizie confidenziali che ho, molta gente non sta dormendo la notte.

Ci sono voluti trent’anni perché questa storia diventasse di dominio pubblico: come te lo spieghi? C’era reticenza o paura?

Questa è una domanda da girare ad altri. Sappiamo che i servizi segreti sapevano. Questo è stato confermato in Procura. Un ex uomo dei servizi, che nel libro chiamo “L’Innominato”, mi ha assicurato che nel 1993 sapevano tutto, e non solo i servizi italiani, ma anche quelli di altri Paesi. Inoltre, ho trovato quattro denunce del 1995-1996 che sono state insabbiate o archiviate. C’era anche un articolo di una brava giornalista su un’edizione locale di un quotidiano importante che aveva trovato evidenze già nel ’96. È la Procura che deve rispondere sul perché non si sia fatto nulla allora.

Ezio Gavazzeni invitato a Roma

Dal punto di vista umano, come hai gestito emotivamente il racconto delle vittime in questi tre anni di lavoro?

Lungo la strada devi imporre un certo distacco, altrimenti rischi di non avere la mente lucida. All’inizio ero più coinvolto, ma poi ho iniziato a trattare le informazioni con metodo, verificandole e incrociandole. Il fatto che le fonti siano andate spontaneamente in Procura, senza che io lo chiedessi, è stato per me un risultato inaspettato e grandioso.

Quale messaggio speri di lasciare al lettore, oltre all’atto di giustizia tardiva per le vittime di Sarajevo?

Voglio dire che l’inchiesta non si è fermata. Il libro è la base, ma da quando è uscito ho già acquisito tantissime nuove informazioni, anche stamattina. Potrebbe esserci una riedizione aggiornata l’anno prossimo. Io e gli avvocati che collaborano con m,e aspiriamo ad arrivare a un procedimento penale, a un processo. Portare queste persone sul banco degli imputati sarebbe la vera conclusione di tutto. Non dobbiamo abbassare la guardia.

Hai ricevuto minacce per questo lavoro?

Sì, qualcosa che ho denunciato, però preferirei non parlarne.

redazione@varese7press.it