BRESCIA, 31 maggio 2026-Il calendario della memoria riporta la provincia di Brescia a una delle pagine più drammatiche e dolorose legate al conflitto della ex Jugoslavia. Il 29 maggio 1993, una missione umanitaria bresciana partita con i più alti intenti di solidarietà e diretta verso la città di Zavidovici, in Bosnia Erzegovina, si interruppe bruscamente nel sangue. Quel giorno si consumò l’eccidio di tre persone: il compagno internazionalista Guido Puletti e i volontari Fabio Moreni e Sergio Lana, barbaramente uccisi da una banda paramilitare bosniaca che era guidata da Hanefija Prijić, tragicamente noto con il soprannome di “Paraga”.
La genesi di quella spedizione umanitaria affondava le radici in un grido d’aiuto disperato. Su esplicita richiesta del sindaco di Zavidovici, i volontari erano partiti dal territorio bresciano con l’obiettivo di aprire un corridoio umanitario sicuro. L’intento profondo, come ricorda ai microfoni di Radio Onda d’Urto Agostino Zanotti, sopravvissuto a quella strage insieme a Christian Penocchio, era quello di portare in salvo a Brescia alcune decine di donne e bambini che si trovavano tragicamente intrappolati al centro della guerra nella Bosnia centrale. Nella città lombarda la macchina della solidarietà si era già attivata e tutto era pronto per dare loro la massima accoglienza, ma quel viaggio di speranza si spezzò per sempre alle cinque di quel drammatico pomeriggio, all’interno di un bosco nei pressi della località di Gornji Vakuf.
In quel punto isolato, il convoglio italiano venne improvvisamente circondato da soldati appartenenti a una banda paramilitare che era inserita a tutti gli effetti nell’esercito bosniaco, sotto il comando diretto di Prijić. Nonostante il lungo percorso giudiziario intrapreso negli anni successivi per accertare la verità, compreso il celebre processo d’appello svoltosi proprio a Brescia nel 2017, l’allora comandante “Paraga” non ha mai ammesso la propria responsabilità diretta, né ha mai voluto spiegare il reale motivo che portò a quella spietata esecuzione sommaria di civili inermi.
Il ricordo di quei momenti drammatici resta indelebile nella mente dei sopravvissuti. Zanotti rammenta ancora una volta, con estrema lucidità e commozione, l’istante esatto che precedette l’inizio degli spari, sottolineando come Fabio Moreni, un attimo prima che i fucili aprissero il fuoco, avesse pronunciato ad alta voce la parola “Perché?”. Questo interrogativo straziante, osserva il sopravvissuto, riecheggia ancora oggi nel silenzio del bosco di Gornji Vakuf, così come ha continuato a risuonare nelle aule dei tribunali e continua a tormentare le menti dello stesso Zanotti e di Christian Penocchio.
Le nuove testimonianze ed evidenze storiche emerse nel corso degli ultimi anni, relativamente alla sanguinosa guerra in ex Jugoslavia, dimostrano che sono ancora troppi i coni d’ombra da chiarire rispetto alle dinamiche di quel periodo storico. Ricerche e narrazioni crude, come quelle documentate nella pellicola cinematografica Sarajevo Safari o all’interno del libro investigativo I cecchini del Weekend, confermano come la complessità di quel conflitto nasconda ancora verità non dette.
Nel concludere il suo toccante ricordo, Zanotti tiene a menzionare un dettaglio dal fortissimo valore simbolico, spiegando che i resti di Guido Puletti riposano oggi nel cimitero monumentale di Brescia accanto alle vittime della strage di Piazza della Loggia e ai partigiani. Questa sepoltura rappresenta la testimonianza tangibile di un ideale filo rosso, capace di unire indissolubilmente la storia della Resistenza partigiana e le radici del pacifismo e della solidarietà internazionale del territorio bresciano.




