MILANO, 13 giugno 2026 – di GIANNI BERALDO
Non solo la comunità albanese in Piazza del Castello. Questo pomeriggio Milano è stata il palcoscenico di un’altra importante mobilitazione internazionale che abbiamo seguito dopo quella albanese.
Nella centralissima via Dante, in prossimità di Piazza dei Mercanti, verso le 18 si sono radunate circa cento persone, cittadini iraniani

residenti in Italia, per un presidio di protesta contro l’attuale regime di Teheran. Mobilitazione che anche in questo caso abbiamo seguito direttamente a Mlano.
La manifestazione si inserisce in un contesto internazionale tesissimo: l’Iran si trova attualmente in un conflitto aperto con gli Stati Uniti, con cui sono in corso delicate trattative per un cessate il fuoco che, a particolari condizioni, coinvolgono di fatto anche Israele. Al vertice del regime teocratico siede oggi la Guida Suprema Mojtaba Khamenei, eletto dall’Assemblea degli Esperti lo scorso 8 marzo 2026.
A differenza di altre mobilitazioni, al presidio di via Dante si è notata una netta prevalenza numerica di donne, in gran parte giovani. I manifestanti – molti residenti a Milano, altri giunti da fuori provincia – si sono presentati avvolti nelle bandiere iraniane dell’epoca dello Scià, che riportano simboli profondamente diversi da quelli introdotti dagli ayatollah.
Molti i cartelli esposti, alcuni portati anche a tracolla, con slogan d’impatto che non hanno risparmiato critiche all’Occidente e al nostro Paese, come il duro messaggio: “Il vostro silenzio riempie i sacchi neri”.
Tra le voci raccolte in piazza c’è quella di una ragazza iraniana proveniente da Bergamo, dove sta terminando gli studi universitari prima di entrare nel mondo del lavoro, mentre la sua famiglia vive a Teheran. La giovane ha spiegato chiaramente la linea dell’opposizione: non vogliono più regimi, chiedono solo libertà e, per ottenerla, guardano al ritorno del figlio dell’ultimo Scià di Persia, Reza Ciro Pahlavi. Quest’ultimo vive in esilio negli Stati Uniti ed è oggi il principale leader dell’opposizione monarchica che si batte per un’evoluzione democratica dell’Iran.
Di fronte alla nostra eccezione sul fatto che, storicamente, nemmeno lo Scià rispettasse pienamente i diritti civili della popolazione iraniana, la studentessa ha risposto senza esitazioni: «Per abbattere il regime degli ayatollah il figlio dello Scià va bene, poi lui è appunto il figlio quello ha fatto il padre è già passato».
Una testimonianza che fotografa il pragmatismo e la disperazione, di una generazione disposta a tutto pur di vedere crollare l’attuale sistema di potere a Teheran.




