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Intervista a Guy King, bluesman di Chicago in concerto a Lugano: «Il blues è unire il cuore alla tecnica»

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Guy King (by Ted Beranis)

VARESE, 8 luglio 2026- di GIANNI BERALDO

Nato in Israele ma cresciuto musicalmente negli Stati Uniti, Guy King è oggi uno dei nomi più stimati della scena blues, jazz e soul internazionale.

Il chitarrista e cantante farà tappa in Europa per un atteso appuntamento: sarà infatti tra i protagonisti del prestigioso festival Blues To Bop di Lugano, in programma dal 17 al 19 luglio.

Un ritorno speciale per l’artista, che proprio sulle sponde del Ceresio mosse i primi passi a inizio carriera e che oggi si ripresenta come solista e band leader affermato. Lo abbiamo intervistato telefonicamente alla vigilia del suo arrivo.

Hai origini israeliane e nella tua famiglia tutti ascoltavano e suonavano musica con influenze blues, folk e pop. Diventare un musicista era quasi inevitabile per te? Raccontami come ti sei avvicinato per la prima volta alla musica blues.

 Ho iniziato a suonare e cantare fin da piccolissimo, verso i tre o quattro anni. Il mio primo strumento, a sei anni, è stato il

Guy King (by Yann Cabello)

clarinetto. Suonavo in un’orchestra e in una big band, quindi ho imparato presto a conoscere la musica di Benny Goodman, Louis Armstrong e la musica classica in generale. All’interno del repertorio della big band c’erano alcuni brani più orientati verso il jazz e il blues, e questo ha aperto le mie orecchie a quelle sonorità fin da bambino.

Inoltre, sono il più giovane di quattro figli. I miei fratelli e sorelle maggiori ascoltavano tantissima musica a casa: Michael Jackson, Marvin Gaye, Eric Clapton. Anche i miei genitori la amavano molto, la radio era sempre accesa. A volte passava una canzone di Ray Charles e io ne rimanevo profondamente affascinato e commosso. Ho iniziato a comprendere il linguaggio musicale in tenera età e, dopo un po’, mi sono reso conto che la musica con un’anima — ricca di blues, di jazz, di quelle precise armonie e melodie — mi veniva istintiva. Era del tutto naturale per me. Mi sono lasciato attrarre da questo mondo e ho iniziato a imparare da autodidatta, semplicemente perché mi piaceva tantissimo.

 Parlando di grandi della chitarra, il tuo tono e il tuo fraseggio sono incredibilmente unici. Volevo però chiederti un’opinione su un’altra leggenda: JJ Cale. Cosa ne pensi del suo stile minimalistico, rilassato e inconfondibile? Ti ha influenzato in qualche modo?

 È curioso, nessuno mi ha mai fatto una domanda su JJ Cale. Sei il primo a chiedermelo. È divertente perché stavo persino pensando di fare una piccola sorpresa legata a lui durante i miei prossimi show. Non considero JJ Cale un’influenza in senso prettamente chitarristico o tecnico. Lo vedo come un’influenza per il suo approccio estremamente naturale. Quando suona, è quasi come se stesse parlando; esprime semplicemente le sue vibrazioni attraverso la musica, senza sforzo. Non è ciò che definiremmo un virtuoso, ma apprezzo e ho imparato molto dal fatto che sia così spontaneo e a suo agio. Quando lo ascolto mi trasmette una grande comodità. È questo ciò che traggo da lui e che amo della sua musica: un approccio profondamente genuino. Recentemente ho iniziato a proporre qualche suo brano nei concerti, come After Midnight, e le persone rimangono piacevolmente sorprese. Chi lo sa, forse in futuro registrerò qualcosa di suo.

 Guy, hai lasciato Israele da giovane per inseguire il tuo sogno musical negli Stati Uniti, ottenendo un grande successo. Date le tue profonde radici personali in quel Paese, come stai vivendo e affrontando la complessa situazione attuale in Israele osservandola dall’estero?

 Ti risponderò con totale franchezza, perché sono un uomo onesto e non mi interessa essere politicamente corretto. Per me è molto difficile. Sono nato e cresciuto lì, quindi conosco la realtà dei fatti, non quella che viene raccontata nei telegiornali o mostrata in televisione. Spesso si sentono affermazioni distorte da parte di chi non ama Israele, e la gente finisce per crederci solo perché lo vede nei media. Quando ero bambino, le uniche parole che si usavano in quella regione erano “ebreo” e “arabo”. Non c’erano altri Stati intorno e la parola stessa “Palestine” non esisteva nel linguaggio quotidiano della mia infanzia; era un antico termine romano e greco per definire la terra dei giudei, non aveva nulla a che fare con gli arabi o con l’Islam. Per me è doloroso sentire parlare male di Israele, in primo luogo perché si tratta della mia famiglia — che soffre in quella regione da generazioni — e in secondo luogo perché la maggior parte di ciò che si sente dire all’estero semplicemente non corrisponde al vero.

Vorrei che le persone nel mondo studiassero davvero la storia della regione per capire cosa stia succedendo realmente. Detto questo, non mi piace vedere nessuno soffrire o rimanere ferito, indipendentemente dalla razza, dalla religione, che si tratti di uomini o di donne. Per me una brava persona è una brava persona, a prescindere dal suo aspetto o dalle sue credenze. Rispetto tutti e desidero lo stesso rispetto per me.

È un argomento estremamente emotivo che richiederebbe molto più tempo. So che gli israeliani e gli ebrei desiderano semplicemente vivere la propria vita in pace, essere rispettati e poter essere ebrei nella propria terra, esattamente come accadeva mille o duemila anni fa. Se il mondo rispettasse questo e lasciasse vivere le persone, la realtà sarebbe molto diversa. Israele è un Paese piccolo, oggi conta circa 9 milioni di persone, ma quando ero piccolo eravamo solo cinque o sei milioni, a fronte di una popolazione araba circostante di centinaia di milioni di persone nel mondo. In ogni caso, la risposta finale è questa: le persone dovrebbero rispettarsi a vicenda, lasciarsi vivere ed essere rispettate.

Il tuo viaggio musicale nel mondo del blues ti ha portato da Memphis e New Orleans fino a diventare un solido band leader a Chicago. Se dovessi scegliere un capitolo fondamentale della tua autobiografia, quello che definisce chi è Guy King oggi, quale sceglieresti?

 La mia risposta ti sorprenderà. Innanzitutto, un singolo capitolo non fa una storia completa, che è composta da molteplici tappe. Certamente il capitolo del mio arrivo negli Stati Uniti e i primi passi sono stati importanti, ma non credo siano stati i più rilevanti in assoluto. In quel periodo ho iniziato a consolidare il mio stile, andando oltre la sola chitarra per abbracciare la musica nella sua interezza. Ho approfondito l’ascolto delle big band, di Ray Charles, ma anche di pilastri della mia infanzia come Stevie Wonder, gli Earth, Wind & Fire, James Brown e Wes Montgomery. A un certo punto tutto è diventato un’unica cosa per me. Ho capito che il blues è solo una parte del mio percorso, così come il jazz e la musica stessa di Israele, il luogo in cui sono nato. Tutto si è fuso insieme. Tuttavia, se devo scegliere il capitolo a cui do più peso, scelgo la mia infanzia e i miei genitori. Mi hanno trasmesso i valori del rispetto, dell’onestà e l’importanza di dare sempre il massimo. Questo mi ha plasmato come persona, come marito, come padre e anche come musicista. Quando in seguito ho intrapreso la mia carriera solista negli Stati Uniti dopo la scomparsa di Willie Kent, ho capito che c’era molta più musica dentro di me rispetto a un solo genere e che dovevo unire tutti questi elementi per creare il sound di Guy King.

Hai trascorso sei anni suonando a fianco di Willie Kent, fino alla sua scomparsa nel 2006. Qual è la lezione più preziosa — sulla musica o sulla vita in tour — che hai imparato da lui e che porti con te ancora oggi?

 Mi piace molto questa domanda. Quando ero giovane volevo sempre che tutto fosse perfetto. Non solo buono o ottimo, ma perfetto. Io e Willie passavamo molto tempo a sedere e a parlare a tarda notte, prima e dopo gli show, mentre gli altri membri della band andavano a dormire. Io ero molto giovane e lui era anziano; era il classico confronto tra due generazioni diverse per una vera lezione di vita. Willie mi diceva: “Vedi, puoi cercare di essere perfetto, ma a volte non lo sarai; eppure sarà comunque fantastico e così vicino all’obiettivo che andrà bene lo stesso”. Mi ha insegnato a fare un respiro profondo, a lasciar andar le cose e a capire che non si può ottenere la perfezione assoluta subito. Mi diceva che la perfezione raggiungibile oggi getterà le basi per una perfezione migliore domani, e così via, giorno dopo giorno, senza logorarsi nel tentativo esasperato di essere perfetti nell’immediato. Inoltre, mi ha trasmesso una grande fiducia.

Sapere che quello che facevo non era solo una buona idea nella mia testa, ma veniva compreso e apprezzato da un musicista della sua esperienza, mi ha dato un’enorme credibilità e pace interiore. Mi dava una pacca sulla spalla e mi diceva: “Continua così, Guy. Farai esattamente ciò che desideri, prenditi solo il tuo tempo”. Mi ha mostrato che la musica si costruisce a piccoli passi, non in un giorno solo. Ogni giorno, ogni mese, ogni anno si migliora un po’. Quando sei giovane vuoi tutto e subito, ma lui mi rassicurava dicendomi che le cose stavano funzionando e richiedevano solo tempo. Da lui ho imparato sia cosa fare, sia cosa evitare. Mi ha insegnato che si può trarre un insegnamento importante anche da una situazione andata male, usandola per fare meglio il giorno successivo invece di arrabbiarsi.

 Quando insegni alle nuove generazioni di chitarristi, qual è il messaggio fondamentale che cerchi di trasmettere? Conta di più la precisione tecnica o l’essere spontanei ed emotivamente liberi?

 È un’ottima domanda. La risposta è che si tratta di un equilibrio perfetto tra le due cose. Un tempo pensavo che l’una escludesse l’altra; all’inizio cercavo solo l’emozione e il sentimento. Poi ho capito che bisogna essere tecnicamente eccellenti perché, al contrario di quanto molti pensano, non sarai mai davvero libero espressivamente se non possiedi l’abilità tecnica. D’altro canto, si ti preoccupi solo della tecnica, non libererai mai la mente per lasciare parlare il cuore. Servono entrambe. Se metti molto cuore ma non hai il vocabolario tecnico per esprimerti, il risultato musicale non sarà pienamente godibile. Se sei solo tecnico, suonerai come un computer. Per raggiungere la grandezza devi combinare l’anima, il cuore e l’abilità tecnica. Solo allora puoi essere fluido, spontaneo e libero di fare tutto ciò che desideri nell’esatto momento in cui lo desideri. Questo richiede padronanza, tempo e pazienza. Bisogna partire dalle radici, suonare lentamente, prestare attenzione ai piccoli dettagli e andare avanti solo quando si è pronti, ascoltando i maestri originali per conoscerne la storia.

 Preferisci suonare con la tecnica del fingerpicking, la chitarra acustica ed elettrica  o altro?

Di solito suono la chitarra elettrica usando il pollice, non uso il plettro. Mi capita di suonare anche l’acustica con corde in acciaio o in nylon. Negli ultimi anni utilizzo stabilmente una Gibson ES-335. Non è una grande chitarra jazz classica e non è una solida Telecaster; per me rappresenta la combinazione perfetta. Posso farla “urlare” quando serve, oppure renderla dolce e morbida a seconda delle necessità. Qualche anno fa ho abbandonato la Telecaster e ora, quando imbraccio la ES-335, sento di poter fare qualsiasi cosa; è il mio strumento. Amo profondamente la chitarra elettrica. A casa, quando mi esercito o suono per divertimento, non la collego all’amplificatore, la suono acusticamente. La musica in generale per me è più importante dello strumento in sé: se il brano richiede un certo suono, metto tutto il mio cuore in quella direzione, cercando di riprodruire con le dita il tono che ho in testa.

Il tuo ultimo album, Joy is Coming, è uscito nel 2021. È un disco che si avverte come profondamente personale, in cui hai co-scritto sette tracce con il leggendario David Ritz. Com’è stato collaborare con lui per tradurre le tue storie autobiografiche in testi soul, r&b e blues?

È stato splendido perché è avvenuto in modo del tutto naturale. Io e David ci siamo conosciuti diversi anni fa a Chicago. Lui si trovava in città per scrivere l’autobiografia di Buddy Guy. Quella sera stavo suonando con la mia band nel locale di Buddy Guy. Buddy disse a David di scendere ad ascoltarmi. Vennero al piano di sotto, David apprezzò moltissimo lo show, venne da me ed entusiasta mi disse che dovevamo assolutamente parlare. Sapevo benissimo chi fosse, era l’autore dello splendido libro su Ray Charles. Ci siamo incontrati il giorno dopo a pranzo, abbiamo iniziato a scrivere insieme e siamo diventati subito amici stretti. C’era una grande sintonia: andavo a Los Angeles, parlavamo delle nostre vite, condividevamo lo stesso amore per Ray Charles, Wes Montgomery, il soul, il jazz, il blues e la musica gospel. Parlavamo la stessa lingua. Ci univamo, prendevo la chitarra proponendo melodie e armonie che avevo in testa e i brani nascevano a volte in pochi minuti, a volte in un paio d’ore. È stato un processo estremamente confortevole per entrambi.

 Nel brano Devil’s Toy c’è un fantastico duetto di chitarra con Joe Bonamassa, mentre in Hot Sauce spicca la straordinaria voce gospel di Vanessa Bell Armstrong. Cosa puoi dirci della collaborazione con questi due grandi artisti?

Anche in questo caso è stato tutto molto naturale. Mi trovavo a Los Angeles e sono andato a visitare il celebre negozio Norman’s Rare Guitars, perché stavo cercando una Gibson prima di passare alla ES-335. Norman mi sentì suonare e mi propose subito di registrare un video. Quel video piacque moltissimo e da allora io e Norman siamo diventati grandi amici; ogni volta che vado a Los Angeles registro contenuti per il suo negozio. È stato proprio Norman a presentarmi Joe Bonamassa, che era passato dal punto vendita. Abbiamo chiacchierato e registrato un video insieme mentre suonavavamo in negozio, c’est stata subito simpatia reciproca. Quella stessa sera era in programma un evento benefico per la Midnight Mission, una raccolta fondi che Norman organizza per i senzatetto di Los Angeles. Joe vi prendeva parte e mi chiesero se avessi voluto unirmi a loro per suonare. Accettai con entusiasmo, suonai alcuni pezzi e così io e Joe siamo diventati amici e colleghi. Quando ho scritto Devil’s Toy, avevo in mente l’idea di un duetto tra due chitarre con stili diversi. Ho pensato che, dato il nostro modo di suonare così differente, l’unione con Joe sarebbe stata fantastica.

Norman mi spinse a chiederglielo direttamente, anche se io ero un po’ timido conoscendo i suoi molti impegni. Quando gliel’ho proposto, Joe ha risposto subito dicendo che sarebbe stato un onore per lui partecipare. È stato gentilissimo e ha suonato in modo straordinario. Il contrasto tra i nostri due stili ha dato vita a un duetto perfetto: amiamo la stessa musica ma la interpretiamo in modo diverso. Il fatto che ci sia anche una bella sintonia sul piano personale ha reso tutto perfetto. Con Vanessa Bell Armstrong è andata nello stesso modo.

Mi stavo esibendo in Texas al Midland Blues Festival. Mi chiesero di suonare la chitarra e cantare un pezzo durante il “gospel

Guy King (by Ted Beranis)

brunch” della domenica successiva al mio show. Vanessa era la stella principale dell’evento. Ha cantato divinamente, lasciandomi senza parole. Ricordo che dopo l’esibizione mi fece i complimenti per il mio stile alla chitarra, dicendomi quanto le fosse piaciuto cantare con il mio accompagnamento. Così, quando io e David abbiamo scritto il brano Up, Up, Up, ho pensato a lei. Di solito per le parti vocali collaboro con mia moglie Sarah Marino, che è una cantante eccezionale e con cui ho fatto diversi duetti in passato, ma per questo pezzo volevo qualcosa di diverso. Avendo già condiviso il palco con Vanessa in Texas, l’ho chiamata direttamente. Lei mi ripeteva da tempo che avrebbe voluto me alla chitarra nel suo prossimo album, e io le ho risposto: “Lo farò sicuramente, ma nel frattempo ti va di cantare nel mio?”. Ha accettato subito. Sono stato molto fortunato e sono grato a entrambi per la loro immensa disponibilità.

Il titolo Joy is Coming porta con sé un potente messaggio di speranza e ottimismo, che è sembrato incredibilmente tempestivo quando l’album è uscito nel 2021. Guardando indietro a quel disco oggi, pensi che le cose siano cambiate?

 Sì e no. Il mondo attuale sta attraversando momenti decisamente più bui. Tuttavia, per chi ha fede, la risposta alle difficoltà non arriva mai in un solo giorno. La giornata di oggi può apparire nuvolosa e scura, ma questa non è la fine della storia e non spetta a noi pensare di sapere tutto. Per me il messaggio di quella “gioia” è legato a un percorso personale: dopo aver camminato a lungo in questo mondo affrontando anche momenti difficili, a un certo punto è apparsa la luce. Ho incontrato mia moglie, è nata la nostra prima figlia e ora abbiamo anche un secondo figlio. Questa è la mia vera gioia, quella di cui parlo nell’album: la continuità della vita e vedere crescere i miei figli. Quindi sì, le cose intorno a noi sono cambiate, ma quella profonda gioia nel cuore è rimasta intatta, anzi, è diventata ancora più grande.

 La rivista Vintage Guitar Magazine ti ha definito “la nuova regalità di Chicago” per la tua capacità di ridefinire i confini tra blues, jazz e soul. Qual è la prossima direzione musicale che intendi esplorare? Possiamo aspettarci presto un nuovo album?

 Il nuovo album in realtà è già registrato e pronto da un po’ di tempo, dovevamo solo trovare il momento giusto per pubblicarlo, poiché a volte la vita si mette in mezzo. Durante la pandemia ho costruito un mio studio di registrazione personale a casa, acquistando apparecchiature vintage, registratori a bobina e vecchi microfoni per registrare direttamente in analogico, su nastro. Mi è piaciuto moltissimo. Presto condividerò con il mondo un brano in cui ho suonato personalmente tutti gli strumenti su un multitraccia analogico; si tratta della rivisitazione di una canzone che ascoltavo fin da bambino. Inoltre, ho registrato un intero album con una big band di diciassette elementi con cui ho fatto alcuni spettacoli. Non si tratta di un disco puramente jazz, ma di un mix delle mie canzoni: abbiamo preso alcuni dei brani che ho scritto e li abbiamo riarrangiati per big band, dando loro una nuova vita, insieme a qualche classico. L’album è pronto, dobbiamo solo decidere quando pubblicarlo. Spero di far uscire anche una versione in vinile, come per Joy is Coming. Stiamo valutando se procedere in modo indipendente o tramite una casa discografica. Al mio rientro dall’Europa, spero anche di rimettermi al lavoro con il mio trio. Per i concerti più recenti, come quello a Lugano, mi presenterò in formazione di trio con l’aggiunta della sezione fiati per proporre qualcosa di diverso. Anche le prossime sessioni in studio seguiranno questa linea, registrando tutto direttamente su nastro analogico per catturare esattamente il suono che ho in testa in questo momento.

 Hai girato il mondo e calcato palcoscenici importantissimi. Ora ti appresti a suonare al prestigioso Blues to Bop festival di Lugano, in Svizzera. Cosa rende i festival europei così speciali per un artista blues e jazz che si esibisce abitualmente negli Stati Uniti? La risposta del pubblico è diversa?

Ci sono diversi aspetti. Innanzitutto, per me è fantastico atterrare in Italia, un Paese che amo profondamente, per poi spostarmi a suonare nella vicina Svizzera. Il pubblico svizzero e quello italiano condividono lo stesso calore. Ogni volta che mi esibisco in questi contesti, sento che le persone mi offrono una reale opportunità di raccontare la mia storia e suonare la mia musica. E quando lo faccio, percepisco chiaramente che il pubblico coglie ogni singola emozione, che si tratti di un sorriso o di una lacrima. Questo è tutto ciò che posso chiedere: lasciare il palco sapendo che le persone si sono emozionate e tornano a casa portando con sé speranza, gioia e felicità. Inoltre, c’è un legame profondo e personale con questo evento: quando ero un giovanissimo chitarrista all’inizio della mia carriera, credo intorno ai 22 o 23 anni, venni a suonare a Lugano per una sera proprio al fianco di Willie Kent. Tornare oggi dopo tanti anni con il mio nome, cantando le mie canzoni e presentando i miei album, è una splendida opportunità per mostrare al pubblico l’evoluzione della mia storia personale e musicale sul palco. Io e la mia band siamo davvero entusiasti di questa avventura.

Guy Ti ringrazio moltissimo per la tua disponibilità, ci vediamo a Lugano per un saluto di persona.

 Meraviglioso, vieni sicuramente a salutarmi prima o dopo lo show. Ci vediamo a Lugano!

direttore@varese7press.it