VARESE, 21 luglio 2026- di GIANNI BERALDO
Un attacco che non colpisce solo una trasmissione televisiva, ma affonda le sue radici al cuore stesso del giornalismo d’inchiesta e del servizio pubblico.
La decisione della Rai di avviare verifiche sulle fonti e sulla correttezza del lavoro di Report — a seguito delle sollecitazioni del Ministro Adolfo Urso — riapre una ferita mai rimarginata nell’editoria italiana: fino a che punto il potere può tollerare un’informazione davvero indipendente?
La risposta di Sigfrido Ranucci non s’è fatta attendere, ed è arrivata chiara e senza filtri direttamente attraverso un post sul suo profilo Facebook. Un intervento che rivendica trent’anni di rigore professionale, metodo di lavoro e la piena disponibilità della squadra ad affrontare un ennesimo audit, ricordando che l’unico vero referente di Report restano i cittadini che pagano il canone.
Di seguito, il testo integrale delle dichiarazioni pubblicate dal conduttore di Report:
«Apprendo dalle Agenzie che la Rai ha avviato, dopo la richiesta dei giorni scorsi da parte del Ministro Urso, verifiche sulle fonti e sulla correttezza delle nostre inchieste. Lo fa per tutelare la sua immagine. ma la mia, che in parte è anche Rai, l’ha mai tutelata?
E’ paradossale che la richiesta di Urso sia nata da informazioni false riportate da alcuni giornali. Il sottoscritto e la squadra di

Report, sono pronti ad affrontare l’ennesimo Audit o verifiche, avendo già passate tutte le altre, alcune, come quelle dell’ Autogrill o del caso Tosi, proprio incentrate sul metodo di lavoro e sulla gestione delle fonti. Che le fonti siano sempre state selezionate con rigore lo dicono i 30 anni di storia della trasmissione.
La narrazione di alcuni giornali sul sottoscritto, su Report, e sulla sua storia è vergognosa, e mostruosa, e tends a colpire uno degli ultimi baluardi dell’ informazione libera rimasta nel Paese. Io non sono e non voglio essere un puro, Ma Report lo è, e ha considerato come unico editore di riferimento il pubblico che paga il canone. Merita rispetto. E’ la trasmissione con i giornalisti più premiati della storia della televisione, dietro ogni puntata, c’è un lavoro pazzesco, fatica, rigore, coraggio e soprattutto quello che spaventa , indipendenza e memoria.»
Le parole di Ranucci mettono a nudo la contraddizione, di chi tenta di mettere in discussione un metodo di lavoro sul campo. Le verifiche disposte dall’azienda non spaventano chi, come la redazione di Report, ha una storia trentennale fatta di inchieste rigorose, riconoscimenti e controlli già superati in passato a testa alta.
I precedenti richiamati dal giornalista — dai controlli sul caso Autogrill a quelli sul caso Tosi — dimostrano che il rigore nella selezione delle fonti non è un’improvvisazione, ma una prassi consolidata, già vagliata e certificata nel tempo.
In un panorama informativo troppo spesso appiattito o condizionato, difendere la trasparenza e l’autonomia di Report significa tutelare il diritto dei cittadini a essere informati senza sconti per nessuno.
Ciò che emerge con forza dalle dichiarazioni di Ranucci è la difesa di un patrimonio collettivo: un giornalismo che non si piega alle pressioni di parte e che fa di due elementi i suoi tratti distintivi irrinunciabili: l’indipendenza e la memoria.




