VARESE, 30 luglio 2026-di GIANNI BERALDO
Un appuntamento con il rock alternativo e l’energia del punk d’autore: sabato sera, 1 agosto, il palco del Festival Tra-Monti (che prenderà il via inizia questa sera con il concerto dei Quarta Luna, domani invece sarà la volta di Nada), nella splendida cornice del parco di Villa Toeplitz a Varese, ospiterà i Vintage Violence (inizio ore 21.30).
La storica band lecchese, attiva dal 2001 e tra le realtà più viscerali e coerenti del panorama indipendente italiano, si presenta a questo penultimo appuntamento del tour estivo con la sua classica e affiatata formazione a quattro: Nicolò Caldirola (voce), Rocco Arienti (chitarra e autore di tutti i testi), Roberto Galli (basso) e Beniamino Cefalù (batteria).
In occasione del loro ritorno nel territorio varesino, abbiamo raggiunto telefonicamente il frontman Nicolò Caldirola per una lunga chiacchierata. Tra le origini del nome legato a John Cale e ai Velvet Underground, l’evoluzione della scrittura, l’etica del fare musica oggi e la scelta di riscoprire un sound essenziale e impattante dal vivo, ecco cosa ci ha raccontato.
INTERVISTA
Se non sbaglio il nome della band nome deriva dal titolo del primo album solista di John Cale
Esatto. Eravamo dei vecchi fan dei Velvet Underground e li ascoltavamo parecchio
Anch’io sono un fan dei Velvet e di Lou Reed. Come mai questa scelta?
Non lo so, eravamo in un momento in cui i Velvet e quel sound ci piaceva parecchio, poi le scelte sono cambiate. In realtà all’inizio ne avevamo un altro super provvisorio, prima che iniziassimo a suonare dal vivo, ma alla fine ci è rimasto attaccato Vintage Violence fino a oggi. Poi dopo un po’ non è che puoi cambiare nome.
Ovvio, ma parlando dei Velvet Underground quanto ha influenzato quella musica sulle vostre scelte, se vi ha influenzato?
Moltissimo. Noi eravamo dei grandi consumatori di musica, chi di un tipo, chi di un altro, però c’erano alcune band che ci accomunavano: appunto i Velvet Underground, i Doors e gli Stooges di quell’epoca lì. Poi negli anni ’70-’80 Sex Pistols, Joy Division e negli anni ’90 anche gli italiani. Io personalmente seguivo i Litfiba già negli anni ’80, e poi Afterhours, Verdena, Marlene Kuntz, fino ad arrivare a quando abbiamo creato la band nel 2001, in cui c’è stata la new wave dell’indie: Strokes, White Stripes, Interpol, eccetera.
Senti, invece con l’ultimo lavoro, A sentimento, avete fatto la scelta di far uscire i brani a tappe prima di ricomporli. Sarà un vostro modo di proporvi anche in futuro a livello di studio o è stata una cosa casuale?
Allora, noi arrivavamo da un disco, Mono, che sarebbe dovuto uscire nel 2020 ma abbiamo posticipato per ovvi motivi. Dopodiché l’anno successivo abbiamo fatto uscire un Best Off sulla base dei voti del pubblico. Dopo l’uscita del best of sono usciti dei singoli, uno all’anno: uno nel 2023, uno nel 2024. Dopodiché nel 2025 ci siamo detti di farne altri e abbiamo pensato all’idea dell’EP includendo anche i pezzi dei due anni precedenti. L’uscita dei singoli prima dell’EP completo è stata comunque un po’ strumentale, sull’onda di quello che è attualmente in voga. Per il futuro posso tendere ad escludere che faremo la stessa operazione, perché vogliamo scrivere un disco vero e proprio da 10 pezzi, formato a cui siamo molto legati. Abbiamo sempre fatto così, siamo anche un po’ feticisti del disco vero e proprio, quindi stiamo prendendo quella piega.
Li avete già pronti o ci stare lavorando?
Ci stiamo lavorando già da qualche mese. Abbiamo due o tre pezzi che sono abbastanza avanti, ma i nostri tempi non sono assolutamente brevi perché scriviamo molto sull’onda dell’esigenza e dell’urgenza di scrivere qualcosa, un po’ stile Verdena, e quindi ci prenderemo il tempo necessario.
Un po’ stile Verdena e dieri anche un po’ stile degli artisti di un certo peso nella storia della musica rock, direi. Senti, dai primi lavori fino ai brani recenti, come Poverastella o Guaribili ottimisti, la vostra scrittura si è fatta forse più tagliente, disincantata o più diretta. Com’è cambiato negli anni il vostro modo di approcciarvi alla scrittura o di dosare l’ironia e l’amarezza?
In realtà io sono un mero interprete dei testi che scrive esclusivamente Rocco, che è il paroliere da cui parte tutta la scrittura, sia dei testi che della musica. Poi è chiaro che ci sono gli arrangiamenti che facciamo in saletta sulla parte instrumental, quindi base ritmica più chitarra, e poi tutto il lavoro che facciamo io, Rocco e la mia vocal coach su tutte le canzoni. Parte tutto dai testi.
Vi confrontate anche sui testi, immagino?
In realtà no, lasciamo libero sfogo a Rocco che mantiene questa parte fondamentale della band. La mia rimane l’interpretazione di qualcosa che arriva da lui, ma che conoscendoci visceralmente ormai da 28 anni avrei potuto scrivere io. Infatti moltissimi danno per scontato che io scriva i testi, così mi ritrovo a ripetere quello che ti ho appena detto.
Perché ti cali emotivamente nella sua scrittura, immagino.
Sì, ma poi abbiamo condiviso talmente tanto di tutto-della vita, dei film, dei libri, della musica, delle relazioni, dei viaggi -che è come se scrivesse per me e per la band.
Senti, ma la questione del ‘politicamente corretto’ incide nella scrittura o nel tuo modo di porti sul palco, oppure non ve ne importa nulla?
Per rispondere anche alla domanda di prima, il nostro modo di comunicare non so quanto sia diventato più tagliente o più diretto, ma è un po’ figlio dell’età anagrafica che avanza. Si tratta di mantenere vivo quello spirito che solo i ventenni hanno e che noi cerchiamo di mantenere in sopravvivenza anche over 40.
Vista l’omogeneità del vostro pubblico direi che ci siete riusciti.
Sì, in realtà a ogni concerto trovo gente di tutte le età: dalle ragazzine minorenni che si fanno i chilometri per venire ed essere esaltatissime, fino al vecchio pensionato aficionado ai cantautori italiani che ritrova il barlume di una scrittura cantautoriale nella nostra musica. Riusciamo a unire molte personalità diverse, pur mantenendo lo zoccolo duro dei nostri coetanei che hanno vissuto il cambiamento degli ultimi vent’anni.
In qualche brano dei vostri album mi sembra di sentire anche qualche eco dei CCCP, può essere?
Può essere assolutamente, nel senso che sono stati una delle band che abbiamo ascoltato. Ma è stata anche una delle band del tempo da cui ci siamo un po’ distanziati, soprattutto negli ultimi anni e nei percorsi che hanno avuto. Sicuramente sfido chiunque a dire di non essere figlioccio dei CCCP se fa musica punk rock in Italia.
Sì, sono d’accordo, però con quella sfumatura che hai detto: vi siete allontanati dal loro modo di essere.
In realtà ci siamo allontanati un po’ da tutti, nel senso che per trovare la propria unicità devi veramente uccidere i tuoi idoli. Devi smettere di imitarli, come noi a volte abbiamo fatto e come tutti credo abbiano fatto, e cercare di trovare qualcosa che ti appartenga veramente. È l’unico modo con il quale quello che sei e quello che fai diventa unico al mondo.
È vero. Senti, quanto sono importanti per la musica indipendente (e non) manifestazioni come Rock Targato Italia, Arezzo Wave o simili? Quanto è importante mantenere viva una tradizione di questo tipo?
Ci sono contest e contest. Noi abbiamo vinto ad Arezzo Wave nel 2005 per la Lombardia ed è stato un palcoscenico importante andare ad Arezzo. Eravamo insieme da poco, suonavamo da neanche tre anni, ed è stato sicuramente un grande endorsement. Poi che porti a qualcosa in più o che sia un trampolino di lancio non lo credo affatto, per la nostra esperienza. Pensando anche all’attuale rispetto a X Factor o ad altre cose che persistono, rimane un palcoscenico isolato se dietro non c’è un’integrità e una volontà molto ferma di continuare a fare quello per cui si è portati.
Come è sempre accaduto nella storia della musica rock, direi.
Nicolò Caldirola: Ci sono miriadi di gruppi che hanno fatto diverse manifestazioni come Rock Targato Italia o Arezzo Wave e che poi non hanno resistito a questo mondo, perché è difficile resistere. È sicuramente un pezzettino che uno può aggiungere. Noi, ad esempio, avevamo fatto Emergenza Rock, che era molto legata a una strumentalizzazione dei gruppi per far fare soldi ai locali o a chi organizzava: dovevi portarti tot gente facendo pagare il biglietto magari di domenica alle 18 o alle 19 e passavi coi voti del pubblico che ti eri portato, quindi una sorta di ricatto.
Che tristezza però questa cosa.
Dopo un po’, quando capisci quali sono le regole del gioco, noi ci siamo distaccati.
Avete fatto bene, anche perché avevate delle caratteristiche importanti, quindi fermarsi a quelle condizioni mi sembrava un po’ pochino. Senti, in A sentimento, come avete lavorato per mantenere quell’impatto ritmico e quel sound chitarristico senza sacrificare la metrica del cantato?
Noi lavoriamo in maniera abbastanza certosina, a volte un po’ ossessiva, ma molto metodica. Siamo degli operai della musica, nessuno di noi ha studiato conservatorio, anche se nel tempo per la parte vocale ci sono state attenzioni ulteriori. Lavoriamo proprio su ogni singola vocale, su ogni sillaba, su ogni pronuncia in maniera veramente ossessiva. Costruiamo i pezzi al meglio sulla base del testo. Poi a livello di resa del prodotto lavoriamo con lo stesso fonico da 21 anni, che ci conosce benissimo. Negli ultimi anni la nostra sala di registrazione è la nostra sala prove, per cui è un lavoro domestico, stile ‘pollaio dei Verdena’, in cui ci ritroviamo con gente di famiglia che ci conosce e riesce a tirar fuori il meglio da quello che vogliamo.
Sono interessanti gli alternati tra strofa e ritornello, l’incastro delle chitarre, l’uso dei riff stoppati per creare quel groove che vi caratterizza. Come definiresti il sound dei Vintage Violence tra studio e live?
Quello che hai detto è molto vicino alla verità. Prestiamo moltissima attenzione agli stop anche a livello di metrica, suoniamo tutti a click e quindi ogni silenzio diventa parte integrante della canzone. Lo stiamo usando anche ultimamente un po’ di più. Nell’ultimo EP c’è l’intenzione di proseguire a una chitarra, di pulire ancora di più mettendo qualche piccolo synth ogni tanto o archi suonati da pianisti, violoncellisti o contrabbassisti che conosciamo e che hanno collaborato. Non c’è praticamente nulla di digitale o di finto.
E dal vivo come riuscite a riflettere queste parti?
Li dosiamo in maniera molto centellinata. Dal vivo non abbiamo gli archi sul palco o un pianista, quindi li utilizziamo in maniera puntuale. Sono pezzi suonati da professionisti: ad esempio il finale di Poverastella è suonato da Roberto, uno dei contrabbassisti della Scala, gli archi di Zoloft sono suonati da Nicola Manzan, e le parti di synth sono suonate dal cugino del chitarrista Rocco, che è un pianista di professione.
Per i vostri pezzi partite da slogan e concetti politici o esistenziali, oppure lasciate che prima le linee guida siano dettate dalla chitarra per dare il ritmo metrico alle parole?
La musica si è sempre adeguata ai testi. A volte modifichiamo le strofe, i ritornelli o aggiungiamo dei riff proprio in relazione a come è stato scritto il testo, che diventa un testo poetico a cui noi attacchiamo le parti musicali.
In effetti ci sono dei pezzi con passaggi di testo un po’ ermetici, tipici di un certo tipo di poesia.
Anche sull’accentazione delle parole: ne parlo spesso con la mia insegnante di canto, a volte utilizziamo delle parole accentandole in maniera scorretta perché per l’interpretazione della canzone stava bene così. Ci lavoriamo molto e cerchiamo di starci attenti.
Parlando di resa, siete tornati a suonare con una formazione pura a quattro elementi, giusto? Con una scaletta di forte presa per rendere il concerto più partecipato. Questo nasce anche dall’esperienza del best of dove avevate chiesto al pubblico di scegliere i brani?
Abbiamo tanti pezzi vecchi in scaletta che erano stati scritti a due chitarre, quindi utilizziamo un supporto ulteriore di chitarre registrate come accompagnamento alla chitarra principale di Rocco, che ha dovuto riscrivere le sue parti per il tour estivo. È un cambiamento che avevamo in mente da un paio d’anni e rende di più quello che volevamo fare, ovvero asciugare il più possibile la resa dal vivo.
Questo ritorno alla dimensione essenziale sarà l’impronta anche per i pezzi nuovi?
L’impronta è questa. I brani più o meno pronti al momento sono tre e speriamo di arrivare a dieci. Ci stiamo lavorando, anche se suonando tanto negli ultimi due mesi non è semplice. Tutti noi abbiamo un lavoro che ci fa pagare le bollette e il mutuo.
La classica domanda, bruttissima, che a volte si sente è: “Siete musicisti, ma di lavoro cosa fate?”.
È proprio così. È difficile far coincidere tutto con le esigenze di una vita altra, ma noi ne facciamo la nostra cifra: pensiamo molto seriamente che la musica non debba essere un lavoro ma debba rimanere un hobby, altrimenti si snatura tantissimo.
Questa è una posizione diversa rispetto a tanti altri artisti.
Ne siamo sempre più convinti e lo dimostreremo nel prossimo disco.
Ci puoi anticipare qualcosa per la data di Varese?
Siamo agli sgoccioli del tour estivo, Varese sarà la penultima data di un mese e mezzo in giro per l’Italia senza fermarci. Abbiamo fatto bellissimi palchi come il Mengo e Suoni di Marca, oltre a situazioni più intime e provinciali, in senso positivo. Varese è una bella situazione, anche perché è la città feudo della nostra agenzia di booking, la Tube Agency, quindi siamo molto contenti di tornare lì.
Tra l’altro il parco di Villa Toeplitz dove suonerete è un posto bellissimo.
Ho visto delle foto e dei video, infatti immagino sia splendido e non vedo l’ora di vederlo.




