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Intervista a Ethan Askey bluesman canadese: «Un viaggio alle radici del blues, tra ricordi e libertà»

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Ethan Askey by Scott Doubt Photography

VARESE, 21 agosto 2026- di GIANNI BERALDO

C’è una linea sottile che lega la polvere della Highway 61 nel Mississippi, il ghiaccio dei palazzetti canadesi e l’atmosfera intima di un casolare di campagna in Ontario.

A tracciarla è Ethan Askey, armonicista, cantante, compositore e leader della band The Elevators, che con il suo nuovo album Outside the Lines, compie un fondamentale salto maturativo. Dopo una carriera vissuta prevalentemente come apprezzato turnista al fianco di altri artisti, Askey rivendica oggi uno spazio autoriale proprio, facendosi affiancare da vecchi compagni di strada per dare vita a un progetto viscerale e comunicativo.

In questa lunga chiacchierata, l’artista si racconta a 360 gradi, dai viaggi storici nelle terre del blues fino alle scelte di produzione vintage che guidano il suo nuovo lavoro.

INTERVISTA

Parlando del nuovo album, Outside the Lines, ti vede riunito con vecchi amici a distanza di decenni dai tuoi primi passi nella musica. Che effetto fa ritrovare questa intesa dopo così tante esperienze diverse?

È stato gratificante ritrovare le vecchie amicizie e creare nuova musica insieme. Per articolare meglio la risposta: sono sempre stato un turnista, uno che stava a lato del palco a suonare la musica degli altri. Alcuni anni fa ho sentito di aver raggiunto un punto in cui volevo dire le mie cose e fare musica che sentissi davvero mia. Ho iniziato a guardarmi intorno per produrre i miei brani e il mio primo album l’ho inciso con turnisti di studio. È stata un’esperienza meravigliosa suonare con amici e colleghi della scena musicale di Calgary e Toronto. Abbiamo fatto un ottimo disco, molto passato dalle radio di tutto il mondo, il che mi ha fatto capire che la mia scrittura trovava un riscontro. Tuttavia, essendo un lavoro di studio, non avevo una band per portarlo in tour. È stato allora che ho iniziato a pensare a dove stabilirmi per il futuro e con chi volessi fare musica. Ritornare all’origine, collaborando con persone con cui condivido una storia, è stato fantastico.

Nel 2023, con Keith Larson, hai fatto un viaggio in Mississippi e Tennessee per l’International Blues Challenge. In che misura quel viaggio ha ispirato brani come Clarksdale o altre canzoni del nuovo disco?

Ethan Askey  and The Elevators (by Morgan Turner Photography )

Ero già stato a Memphis per l’International Blues Challenge. Per i musicisti blues e roots di tutto il mondo è un’opportunità meravigliosa per connettersi, rappresentare la propria regione e farsi conoscere da addetti ai lavori e organizzatori di festival. La Blues Society della mia zona aveva sospeso l’invio di musicisti dopo la pandemia, quindi non avevamo la possibilità di partecipare ufficialmente alla competizione, ma volevamo scendere comunque nel Sud. Il mio album precedente stava ottenendo molti passaggi radiofonici e diversi DJ e amici sarebbero stati lì. Con Keith Larson stavamo ponendo le basi di questo nuovo progetto e ci siamo detti: andiamo a rendere omaggio alla terra natale della musica che amiamo così tanto. Abbiamo semplicemente assorbito la musica. Avevo anche un ingaggio in una vetrina promozionale su Beale Street. Abbiamo ascoltato, vissuto l’atmosfera, guidato lungo la Highway 61 e colmato alcune lacune sulla storia degli artisti passati da Memphis e dal Mississippi. È stata una settimana bellissima, e da quell’esperienza è nato spontaneamente il brano Clarksdale, perché volevamo ricordare quei momenti.

Clarksdale racchiude davvero l’anima del blues.

Trasmette un senso di libertà, è un ottimo brano da viaggio ed è pervaso da un tocco di umorismo, con riferimenti a Johnny Cash e agli altri artisti della Sun Records. Quella regione è ricca di punti di riferimento per il rhythm and blues. Se ne hai l’occasione, ti consiglio vivamente di visitarla.

Il tuo singolo, Big Bad Bossman, adotta un tono critico verso le dinamiche di potere e i prepotenti, rendendo contemporaneamente omaggio al pioniere del blues Jimmy Reed. Come hai bilanciato questo commento sociale con un groove così classico e divertente?

E Come armonicista sono molto influenzato da John Hammond Jr., che a sua volta è stato fortemente ispirato da Jimmy Reed. Un paio di anni fa ho avuto l’opportunità di suonare come turnista per Little Jimmy Reed, ovvero Leon Atkins. Quando era giovane, Leon conosceva a memoria la musica di Jimmy Reed; quando la band originale arrivò nella sua città negli anni ’50 o ’60, Jimmy Reed non era in condizioni di salire sul palco. Cercarono un sostituto e tutti in città sapevano che il giovane Leon era la persona adatta. Da quel momento fu soprannominato Little Jimmy Reed. Ho sempre amato quel modo di suonare semplice e potente, con l’armonica suonata spesso in prima posizione, uno stile soffiato perfetto da eseguire con l’armonica sul supporto da collo. Quando mi è venuta l’idea per una canzone su un piccolo tiranno, ho pensato di seguire la linea di Big Boss Man e rendere omaggio a Jimmy Reed, rielaborando il tutto a modo mio. In fondo facciamo tutti affidamento su chi ci ha preceduto.

Nel brano Zamboni unisci la tradizione blues con un simbolo tipicamente canadese come l’hockey su ghiaccio. Cosa volevi raccontare con questo accostamento?

Vivo in Canada, in una piccola città del nord dove l’hockey è fondamentale. È lo sport più popolare del paese, ciò per cui siamo

Ethan Askey – Morgan Turner Photography

conosciuti insieme al curling. Dalla mia città diversi giocatori sono arrivati al professionismo e hanno vinto la Stanley Cup. Siamo cresciuti tutti giocando a hockey. Mi sono trasferito di recente nella mia città natale, che ha tre palazzetti del ghiaccio. Una mia amica guida la macchina livellatrice del ghiaccio, la Zamboni. È minuta, i bambini la adorano e lei li saluta mentre passa. L’idea è nata spontaneamente ed è diventata uno swing basato sul fatto che quello che fa è davvero originale, specialmente in una città dove l’hockey è tutto.

Hai viaggiato dalle Montagne Rocciose fino allo studio di Jimmy Bowskill in Ontario, lavorando con il produttore Steve Mariner. Com’era l’atmosfera durante le registrazioni in quel contesto rurale?

Steve Mariner aveva coprodotto il mio primo album; questo l’ho prodotto io mentre lui si è occupato del mixaggio. Abbiamo iniziato le registrazioni in studi locali più vicini a noi, ma l’ambizione è sempre stata quella di completare il disco nel suo studio, un casolare attrezzato con instrumentalizzazione vintage. Volevamo immergerci completamente nella musica senza distrazioni quotidiane. Desideravo anche che Steve e altri ospiti, come la cantante Suzie Vinnick, contribuissero musicalmente ad alcuni brani. Lo studio fa capo a Jimmy Bowskill, chitarrista dei Blue Rodeo. Steve Mariner e Jim Bowskill sono tra i polistrumentisti più validi della scena roots e blues nordamericana. Steve ha suonato il contrabbasso, le tastiere, le seconde voci e la chitarra baritono in questo disco. Dormivamo nel casolare circondati dalla strumentazione, senza altre preoccupazioni se non suonare, guardare le stelle e seguire il ritmo della musica per diversi giorni.

 Preferisci la registrazione dal vivo in studio o il lavoro successivo in post-produzione?

Quando impostiamo le tracce di base preferiamo suonare tutti insieme dal vivo, perché siamo abituati a cogliere i segnali reciproci. Magari colleghiamo gli amplificatori direttamente per non saturare la stanza e tracciamo prima la sezione ritmica, per poi ripassare sulle parti di chitarra, armonica e voci. Suonare insieme nella stessa stanza rimane la scelta più naturale per noi.

 Nel brano Purpose compaiono la voce di Suzie Vinnick e Jared Samhain. Com’è nata questa collaborazione a carattere gospel?

È una canzone che ho scritto per mia figlia. Dico sempre di aver iniziato a scriverla il giorno in cui è nata, tenendola in braccio e immaginando il mondo in cui avrebbe vissuto. Si sviluppa in quattro strofe che rappresentano quattro fasi della vita. Pur essendo molto personale, volevo renderla universale per chiunque abbia stretto a sé un bambino pensando al suo futuro. Ho ritenuto che far cantare il brano a più persone ne avrebbe ampliato la portata. Ho coinvolto Suzie Vinnick e Jared Samhain. Con Jared avevo suonato nella band Jimmy and the Sleepers e avevamo condiviso vari tour. Con Suzie ci siamo trovati benissimo suonando al festival Baltic Blues in Germania e successivamente abbiamo collaborato in altri eventi in Canada. La combinazione delle loro voci ha dato al brano la forza che cercavo.

 La title track chiude l’album con un approccio acustico essenziale, registrato con solo due microfoni vintage. Perché hai scelto questa modalità per racchiudere il concetto centrale del disco?

È stata una scelta intuitiva. Il resto dell’album ha una produzione definita e stratificata, mentre per questo brano volevo un’impostazione essenziale per trasmettere una verità semplice: tre accordi, tre musicisti intorno a due microfoni RCA dei primi anni ’70 che eseguono un brano dal vivo. Mia figlia da piccola mi chiedeva spesso di raccontarle storie inventate al momento anziché leggerle dai libri, e questo mi ha sbloccato come autore. Nel testo riconosco che per gran parte della vita ho cantato le canzoni degli altri, ma che c’è ancora tempo per cantare la mia storia al di fuori degli schemi. Volevo un contrasto netto con il resto del disco, un momento in cui le parole e il significato potessero emergere in modo diretto.

I brani coprono un ampio spettro emotivo, dalle atmosfere più intime fino alla gioia di My Heart Explodes, dedicata a Tim Williams.

Ho dedicato quel brano a Tim Williams perché è stato un mentore per me e per molti altri. Originario degli Stati Uniti, ha vissuto e lavorato in Canada dagli anni ’70, portando avanti la sua musica con integrità e grande amore per il blues e la musica di confine. È stato lui a introdurmi nell’ambiente del festival di Hornby Island, facendomi da guida e lasciando un segno importante nel mio percorso. Ho passato momenti bellissimi a suonare con lui. Tim aveva un’immensa cultura musicale ed era generosissimo nel condividere la sua conoscenza con i musicisti più giovani. Con la sua scomparsa abbiamo perso un pilastro della nostra comunità, ma il suo spirito vive in ogni nota che abbiamo imparato da lui e nella passione che ci ha trasmesso.

Un grande maestro e una grande eredità per tutti voi.

Assolutamente sì, Gianni.

 Ethan, grazie davvero per il tuo tempo e per questa splendida chiacchierata. È stato un vero piacere.

Grazie a te, Gianni. Un abbraccio e a presto, spero di rivederti presto qui o in Italia.

direttore@varese7press.it