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La morsa delle sanzioni USA sul dissenso: il caso Donorbox e la censura a Palestine Action

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VARESE, 6 settembre 2026-È accaduto di nuovo, ma con una portata ancora più ampia. Se l’anno scorso era stato il governo britannico a classificare come associazione terroristica il movimento Palestine Action UK, il 26 agosto scorso il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha compiuto un ennesimo passo formale: l’inserimento del movimento — presente in diversi Paesi, inclusa l’Italia — nella lista dell’OFAC (Office of Foreign Assets Control).

Si tratta dello stesso strumento normativo e punitivo già impiegato in passato contro realtà come il collettivo informatico italiano Autistici/Inventati, accusato di supporto all’estrema sinistra, o che ha colpito figure di rilievo internazionale come la Relatrice Speciale ONU Francesca Albanese, trovatasi nell’impossibilità concreta di gestire un conto corrente.

L’effetto primario di questo tipo di designazione è devastante: inibisce a qualsiasi soggetto sottoposto alla giurisdizione statunitense di collaborare con i movimenti o i singoli individui colpiti. A causa della struttura fortemente USA-centrica del sistema finanziario globale, una misura adottata dal Tesoro americano finisce di fatto per escludere i bersagli dalle attività economiche quotidiane, a prescindere dalla loro nazionalità o dal territorio in cui operano.

La scure di Donorbox e l’oscuramento social

I primi effetti pratici non si sono fatti attendere. Il 2 settembre, la piattaforma di raccolta fondi statunitense Donorbox ha comunicato la chiusura immediata dell’account utilizzato per raccogliere donazioni a sostegno del movimento. La motivazione inviata via e-mail è stringata: a seguito di un controllo di conformità (compliance), il profilo è stato ritenuto non conforme alle policy aziendali, esplicitando la volontà di prevenire possibili ritorsioni o sanzioni da parte dell’OFAC.

Il blocco dei fondi giunge in un momento particolarmente critico. Gli attivisti del movimento stanno infatti affrontando due complessi procedimenti giudiziari — uno già avviato e un secondo in partenza a novembre — con ingenti spese legali da sostenere, all’interno dei quali il colosso dell’aerospazio e della difesa Leonardo S.p.A. si è costituito parte offesa.

A completare il quadro di isolamento è arrivata, nella stessa giornata, la rimozione della pagina Instagram di Palestine Action Global, disattivata dalla piattaforma con la motivazione formale di “terrorismo”.

Le contraddizioni di un sistema finanziario Unipolare

La vicenda solleva rilevanti interrogativi di carattere politico, legale ed etico:

La posizione dell’ONU: Le Nazioni Unite hanno espresso condanna nei confronti di queste designazioni e dell’uso sproporzionato di leggi anti-terrorismo contro la protesta politica.

Le condotte di opposizione nonviolenta: Il movimento contesta la definizione di “terrorismo” applicata a forme di protesta che si oppongono a violenze di scala globale e genocidi senza esercitare violenza sulle persone.

L’extraterritorialità della giurisdizione USA: Viene messo in discussione il monopolio del sistema finanziario globale, guidato dagli umori politici e dalle decisioni unilaterali di un singolo Paese, i cui provvedimenti hanno ricadute dirette su cittadini e associazioni estere con il beneplacito dei governi locali.

Il precedente britannico e la risposta della società civile

Non è la prima volta che il movimento si trova ad affrontare tentativi di criminalizzazione. Già lo scorso anno, a seguito della designazione di Palestine Action UK da parte del governo di Londra, decine di migliaia di cittadini scesero in piazza in segno di solidarietà. In quell’occasione, nonostante migliaia di fermi e arresti per aver mostrato cartelli di sostegno scritti a mano, l’Alta Corte britannica arrivò infine a dichiarare “sproporzionata e illegittima” la decisione dell’esecutivo.

La storia recente dimostra che quando i meccanismi punitivi travalicano i limiti della proporzionalità e dell’equità, la risposta della società civile tende a riorganizzarsi. Nonostante gli ostacoli operativi, finanziari e digitali creati dal blocco dei conti e dai ban sulle piattaforme, la rete di sostegno ed esponenti del movimento confermano la volontà di proseguire le proprie attività attraverso forme e strumenti rinnovati.

redazione@varese7press.it