MILANO, 12 settembre 2026 – «Serve uno spazio che restituisca voce e riconoscimento, prima ancora di trovare un lavoro». È il messaggio con cui Eleonora Di Benedetto, vicepresidente di Fondazione Severino, ha aperto il suo intervento al ‘Tempo delle Donne’ di Milano durante il panel “Non è un carcere per donne. Ragazze e ragazzi tra le sbarre, un futuro migliore con il teatro”.
All’incontro, dedicato alla condizione della popolazione carceraria femminile e giovanile negli istituti italiani, sono intervenuti anche Eleonora Ascione, comandante della polizia penitenziaria dell’istituto penale minorile di Nisida, e il regista Claudio Giovannesi.
Al centro del modello promosso dalla Fondazione Severino vi è l’integrazione tra formazione lavorativa ed espressività artistica all’interno degli istituti per adulti e minori.
«Il nostro lavoro parte da un dato semplice: la formazione professionale da sola non basta a far ripartire una persona. Per questo affianchiamo ai percorsi professionali i laboratori di teatro, scrittura, ceramica, lettura — non sono attività accessorie, sono gli strumenti con cui chi è recluso ricostruisce competenze e fiducia in sé. E i dati sulla recidiva dicono che funziona: chi esce con una competenza spendibile fuori ha molte meno probabilità di tornare a delinquere», ha spiegato Di Benedetto.
Per rendere questi percorsi strutturali e replicabili, la vicepresidente ha evidenziato l’importanza di costruire una rete di alleanze strategiche tra amministrazione penitenziaria, magistratura di sorveglianza, atenei e tessuto imprenditoriale.
A fare da apripista alla riflessione sono stati i filmati tratti da “Il destino di tutte le cose è cambiare”, libero adattamento de Le Troiane di Euripide e Sartre curato dalle registe Ludovica Andò e Veronica Di Marcantonio. La pièce, interpretata da cinque detenute della sezione femminile della Casa Circondariale di Civitavecchia, era stata messa in scena lo scorso aprile al Nuovo Teatro Ateneo della Sapienza.
Particolarmente significativa la presenza in sala di Cinzia Contigliani, una delle interpreti che, dopo aver scontato la pena e lasciato l’istituto, continua oggi a collaborare attivamente con la compagnia teatrale. Contigliani è salita sul palco milanese recitando dal vivo un estratto della rappresentazione, testimoniando la capacità del teatro di superare gli stigma: sul palcoscenico l’azione dell’individuo si affranca dalla storia giudiziaria, permettendo alle detenute di superare le etichette e ai giovani di sperimentare ruoli relazionali diversi.
I dati sulla detenzione femminile e l’emergenza minorile
Il quadro numerico tracciato durante l’incontro descrive una realtà complessa e disomogenea:
Detenzione femminile negli istituti per adulti: al 31 marzo 2026 le donne recluse negli istituti italiani erano 2.804, pari al 4,4% del totale. Una percentuale costante negli anni (4,3% nel 2025; 4,2% nel 2020; 4,0% nel 2015) che conferma come la presenza femminile rappresenti una minoranza strutturale all’interno di un sistema carcerario progettato quasi esclusivamente per un’utenza maschile.
Presenze giovanili femminili: le ragazze ristrette negli Istituti Penali per Minorenni (IPM) sono 22, corrispondenti al 4,0% della popolazione giovanile detenuta.
Il sovraffollamento negli IPM: al 30 aprile 2026 i giovani negli IPM risultavano 581, registrando una crescita superiore al 50% rispetto al termine del 2022. Una spinta numerica a cui non è corrisposto un parallelo potenziamento di risorse organiche e finanziarie, con il concreto rischio di convertire la permanenza in mera custodia repressiva.




