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Intervista a Emanuela Evangelista: “La mia vita nella foresta Amazzonica lanciando un grido d’allarme per il pianeta”

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Emanuela Evangelista durante l'intervista via zoom

VARESE, 10 luglio 2025-di GIANNI BERALDO

Un viaggio tra giungla e cemento, un grido d’allarme per il nostro pianeta e una riflessione profonda sul significato di dipendenza e interconnessione.

Ne abbiamo parlato con la biologa della conservazione e attivista ambientale, Emanuela Evangelista, autrice del bellissimo intitolato Amazzonia. Una vita nel cuore della foresta (Laterza editore).

Una storia, un racconto di vita personale vissuta a stretto contatto con la natura dell’Amazzonia e i suoi abitanti. In particolare i nativi di Xixuaú, villaggio situato nel cuore dell’Amazzonia, luogo dove Emanuela ha deciso di vivere da molti anni. Tra le molte iniziative messe in atto, la più importante quella di avere fondato l’associazione  Amazônia un’organizzazione no-profit impegnata da 20 anni nella protezione della foresta amazzonica (amazoniabr.org).

In questa lunga intervista via zoom, la biologa milanese ha toccato temi cruciali: dalle dinamiche della foresta amazzonica alle sfide della società moderna, alla sopravvivenza dei nativi, così come del futuro dell’umanità.

 

Emanuela, vivi in una capanna in un luogo affascinante. È bellissimo.

È una capannina. Sì, esatto.

Innanzitutto grazie per l’intervista perché il libro mi ha colpito particolarmente. Come il capitolo della scimmia urlatrice, che si è infilata in camera finendo addirittura sul letto. Però non ho capito una cosa: perché alla fine, dopo tutte quelle coccole, quegli abbracci, chiamiamoli così, si è spaventata?

Il motivo per cui lei si è spaventata è perché  le ho teso la mano. Era sul letto, le ho teso la mano, lei ha teso la sua e nel momento in cui io l’ho presa ho fatto l’errore di strattonarla verso di me. Agli animali non piacciono mai i gesti improvvisi: li spaventano. Sono stata sciocca pensando che ormai ci fosse una grande confidenza, per cui potevo anche permettermi di strattonarla, perché volevo mi venisse in braccio. Ha reagito dandomi un morso come impazzita. Immagina una stanza, che non era così piena di cose come ora, ma più spoglia. C’era solo questo letto a baldacchino, poi un mobile tipo con dei ripiani e un armadio. Lei dal letto è saltata su di me, poi sul mobile, poi sull’armadio, cioè una pazza finché è uscita. Qui è tutto aperto quindi non vi sono ostacoli nell’entrare o uscire.

Ti sei spaventata immagino.

Eh, sì, quando è saltata e ha morso.

M’ha fatto male soprattutto. Insomma è stata una delle tante lezioni perché l’Amazzonia è una scuola continua. Se ti senti arrogante, la foresta ti rimette subito al tuo posto.

In uno dei passaggi del libro, relativo al capitolo finale, scrivi: “Non farcela da sola è la prima lezione che l’Amazzonia mi ha offerto. Qui io dipendo, dipendo dagli altri, gli altri dipendono dalle risorse, le risorse dipendono dal clima. Il clima dipende da molti fattori, che sarebbe principalmente quello umano, no?”. Ecco, questo secondo me racchiude un po’ tutto il senso del libro o comunque gran parte del senso di tutta la bellissima storia della tua vita che hai raccontato. Sei d’accordo?

Direi che qui si racchiude la mia esperienza personale e l’esperienza globale. Anche proprio dell’Homo sapiens sul pianeta. Cioè il momento in cui abbiamo rotto l’equilibrio necessario alla vita e alla sopravvivenza di tutte le specie su questo pianeta, è stato il momento in cui ci siamo illusi di essere indipendenti, di essere una specie così potente da non aver più bisogno degli altri. E quando per “altri” intendo qualunque altro essere vivente che sia animale o vegetale, perché abbiamo creato, anche fisicamente, degli spazi accessibili a una sola specie, quindi spazi monospecifici come le città in cui viviamo, dove cioè nessun’altra specie è desiderata oltre a noi. È stato un concetto di costruzione di un recinto. Tutti fuori, dentro solo gli umani e tutto il resto fuori. Questo “tutto il resto fuori” non funziona, è quello che ha creato poi gli squilibri globali con cui facciamo i conti oggi. Quindi l’alterazione del clima, gli squilibri proprio che sono sia ecosistemici che atmosferici che climatici.

È vero, anche secondo me se vuoi puoi trovare in questa frase un concentrato di quello che ha causato tanti, tanti squilibri. Questa cosa la dicevo già mentre vivevo in Occidente, ma non l’avevo veramente assimilata, non l’avevo davvero capita. Cioè cosa significa davvero dipendere e far parte di una rete? Lo capisci molto più facilmente nel momento in cui nella rete ritorni a vivere. Questo allontanamento anomalo ci ha portato veramente degli squilibri mentali. I bambini ad esempio non sanno da dove derivi il cibo che mangiano, mangiano cose che non hanno mai visto camminare o crescere. Senza i servizi ambientali che la natura ti fornisce non saresti in grado di sopravvivere. Nel momento in cui questo pensiero lo assimili, lo fai tuo rendendoti conto che tutto il resto merita rispetto.

Penso sia attuabile anche in un microcosmo cittadino.

Anche nel microcosmo cittadino. Poi in realtà è una banalità dire che abbiamo creato degli spazi in cui non esistono altre specie, perché questo la natura non te lo consente. Sono cresciuta in una famiglia normale in cui non mi è stato comunicato un particolare amore per la natura. Vivevo in città, mia mamma era una donna italiana media che si spaventava per qualunque insetto, quindi il ragno che entrava in casa, lo scarafaggio, tutto era inaccettabile. Quindi l’idea è che tu devi avere degli spazi che diventano dei compartimenti stagni, in cui non deve entrare nessun altro se non su invito: ad esempio il cane, ma tutti gli altri sono indesiderati. Questo è folle. Queste sono case. Questa che ti ho appena fatto vedere (dice Emanuela evidenziando sempre la sua ‘casa-capanna’ in Amazzonia) è una struttura permeabile. A parte l’animale da compagnia come il gatto, perché anche lui ha spazio ma è permeabile a tutti gli altri animali, qui sul tetto c’è una tarantola, sotto i mobili ci sono delle lucertole. Insomma veramente ognuno di loro ha la sua funzione.

Ma la mamma l’hai mai portata lì?

La mamma non c’è più ma comunque in tutti questi anni non è mai voluta venire. No, no per lei era troppo!

Senti, tu sei una biologa, ma cosa ti ha portato a vivere in Amazzonia dopo il tuo primo viaggio per una tesi?

Guarda, è stato veramente un regalo che la vita m’ha fatto. Nel senso che io non l’avrei potuta scrivere così una storia, non me la sarei immaginata, non avrei avuto abbastanza fantasia. Quindi quello che la vita ha fatto invece è stato farmi diventare una studentessa di biologia e fin qua tutto normale. Vivevo a Milano e facevo volontariato in un’associazione che si occupa di ambiente e anche qui tutto normale. E soprattutto lavoravamo in Africa, facevamo queste cose di lavoro, forse ne parlo anche un po’ nel libro, ma soprattutto nel primo libro “Ragazza in Africa”. Da lì partono i lavori con questa piccola associazione che si chiamava Fondo per la Terra, associazione che a un certo punto decide di avviare un progetto in Amazzonia, dopo Africa e India. All’epoca era solo un progetto di sostegno a distanza, cioè noi raccoglievamo dei fondi e li mandavamo ad alcune comunità dell’Amazzonia. Allora era in voga una forma di progettualità che si chiamava “adotta il chilometro” che tu ricorderai sicuramente.

Sì, ricordo bene quell’iniziativa.

Ecco, si adottava un chilometro quadro di foresta, noi avevamo raccolto una somma discreta e a un certo punto serviva che qualcuno di noi venisse in Amazzonia per portarli. Quindi decisi di fare questo primo viaggio per conto dell’associazione, portando fondi destinati alla costruzione di una scuola, perché quello che il villaggio voleva era costruire una scuola. Quindi fu una prima missione di cooperazione internazionale e volontaria, però per me fu un punto di svolta, nel senso che poi quando rientrai in Italia non volevo più saperne dell’Africa, né dei leoni, né di tutte le cose che avevo in lista nel piano di studi. Quindi di cambiare tutto dedicandomi all’Amazzonia. Da lì nasce il progetto di tesi e tutto il resto.

E poi t’ha cambiato la vita.

E poi mi ha cambiato la vita perché l’Amazzonia prima ti ingloba e poi ci rimani a vivere.

Però tu per loro sei sempre la gringa.

Sono sempre la gringa. Però hanno ragione, nel senso che veramente non riesci a trasformarti. Poi insomma, io sono arrivata in età adulta, non riesci a trasformarti veramente in un nativo. Quindi alcuni limiti fisiologici come l’udito o la vista rimangono tali.

Immagino, ma questo fa parte della natura di ognuno di noi.

Sì, c’è un’età di sviluppo, che è quella in cui sei molto piccolo, in cui riesci ad acquisire o a sviluppare delle cose. Il mio ippocampo è piccolo, ristretto e non mi oriento.

 Senti, a proposito di cambiare ambienti, raccontaci di quando hai accompagnato in Italia alcuni nativi del villaggio, accompagnandoli a conferenze ecc. Qual è stato l’approccio delle persone, del pubblico nei loro confronti?

Beh, c’è sempre grande interesse perché ovviamente tu ti aspetti, almeno secondo me, di trovare delle ispirazioni nell’esperienza di vita degli altri. Quindi se qualcuno arriva da un altro pianeta e l’Amazzonia lo è un po’ un altro pianeta, un mondo completamente diverso, l’attenzione è particolare.

L’hai spiegato benissimo nel libro

La prima volta che accompagnai in Italia dei nativi mi pare fosse nel 2008 o 2009. Cosa che ancora mi capita di fare anche oggi, dove vi è molto più interesse rispetto ad allora. È un trend in crescita e non è mai diminuito perché i problemi ambientali diventano sempre più evidenti. Ora è chiaro a tutti che il modello di sviluppo messo in atto in Occidente, o nei paesi industrializzati, non è privo di conseguenze negative, anzi.

Tendiamo a guardare cosa stanno facendo gli altri per capire se qualcuno ha trovato una soluzione. E quindi li ascoltiamo con curiosità. Personalmente spingo molto negli ultimi anni nella direzione del guardare davvero a queste società, quelle che una volta definivamo primitive. Oggi per fortuna non si usa più questo termine perché non c’è nulla di primitivo nel fatto di aver fatto delle scelte diverse. Se tu guardi ai popoli della foresta amazzonica, o dell’Oceania, ma anche in Africa, in Siberia, vi sono molte popolazioni ancora sul pianeta che non hanno accolto il nostro modello di sviluppo, ma che ne hanno mantenuti altri o sviluppati di diversi.

Tutto questo ben consapevoli del fatto che ve ne siano altri

Certo, pur consapevoli che ce ne sono altri. Ma poi fai delle scelte. Tu hai scelto come modello di sviluppo quello occidentale con una produzione lineare: ossia produci e scarti, produci e scarti, produci e scarti, ma se vai a guardare con attenzione sul resto del pianeta, ci sono dei popoli che questa scelta non l’hanno fatta, guardando invece alla natura dicendo. Un nativo, un indigeno ti insegna che non puoi semplicemente mangiare un frutto, l’operazione completa è mangiare il frutto e piantare il seme altrimenti interrompi la catena. È proprio il concetto mentale, e questo viene insegnato ai bambini. Noi questo sistema naturale circolare non lo insegniamo ai bambini, quindi capisci che tu fai crescere delle società che hanno dei valori completamente diversi.

Allora, io trovo sia molto interessante in questa nostra fase storica, andare a guardare quali siano i risultati di questi diversi sviluppi. Semplicemente, stando solo sulla questione ambientale, se tu guardi dall’alto l’Europa e l’Amazzonia, noti che l’Amazzonia è quasi due volte l’Europa, un territorio enorme, esteso: una ha conservato quasi per intero la sua copertura vegetale, l’altra è diventata un reticolo di strade, di campi, di città, non c’è rimasto un albero. Nemmeno in campagna abbiamo più gli alberi! Abbiamo deforestato completamente in nome dello sviluppo. È vero che abbiamo raggiunto un certo livello di benessere, ma a costo di cosa? A quale prezzo?

Evangelista premiata dal Presidente della Repubblica Mattarella

Infatti questa deforestazione, come hai evidenziato anche nel libro, mette in crisi quella che hai definito la ‘sicurezza alimentare’. Di questo passo si mette seriamente a rischio tutte le popolazioni di quell’area, di quella regione.

Non solo per questo. Ma è importante anche il pericolo incendi. In quei luoghi infatti per un particolare fattore climatico si sviluppano temporali e fulmini importanti. Combinazioni naturali le quali, oltre all’importante e distruttiva mano dell’uomo, portano a un futuro incerto di tutta la regione.

Il futuro di quella regione si prospetta nero, ma direi anche quello di tutto il pianeta.

Certo! La verità è che l’Amazzonia è a rischio estinzione e questo non lo dico io, lo dicono tutti gli studi scientifici, tutti i modelli predittivi. Questa è una foresta che ha i giorni contati, ma ha proprio i giorni nel vero senso del termine. Infatti si parla di 15 anni, di 20 anni, cioè non tra 100 anni.

Addirittura un periodo così breve?

Brevissimo. La questione dei 15 anni è una questione di cui finalmente si sta parlando tanto anche in Italia, visto che il WWF ha lanciato una campagna di difesa dell’Amazzonia, evidenziando che all’Amazzonia sono rimasti 15 anni di vita. Questa cosa la puoi dire senza nessun timore. Poi noi speriamo che i 15 anni diventino 30, che i 30 diventino 60 purché si applichino dei cambiamenti. Però il modello attuale dice che con i tassi di deforestazione attuali e l’aumento delle temperature attuali, quello che sta accadendo è che l’Amazzonia ha già iniziato, in certe regioni, a morire su se stessa. Si parla di collasso. La questione del collasso è che molto semplicemente tu hai una foresta umida, una foresta tropicale, pluviale che sopravvive grazie all’umidità che riesce a generare.

Sì, l’hai pure ben documentato nel libro parlando dei venti alisei ecc…

Nel momento in cui tu inizi a far diminuire la superficie della foresta (e oggi siamo quasi al 20% di taglio), la superficie della foresta diminuisce. Le piogge che questa foresta genera sono insufficienti per mantenere il grado di umidità di cui quella foresta ha bisogno, diventando molto più vulnerabile al fuoco, così come diventa molto più facile appiccare incendi. Le temperature sono aumentate perché c’è il riscaldamento globale. L’Amazzonia prende fuoco, ogni anno c’è una quantità di incendi enormi che mettono in cielo fuliggine. La stessa che pure impedisce le piogge. C’è tutto un circolo vizioso per cui l’Amazzonia si sta trasformando in una savana, cioè non ha più l’umidità che le consente di mantenersi come foresta. Sta diventando un ecosistema un po’ più arido. Si vede che le specie non tendono a ripristinarsi per mancanza di umidità, venendo sostituite in modo naturale da specie che si sono adattate a vivere in ambienti più secchi, più aridi.

(foto 3B Meteo)

Come la savana

Esatto, quindi si sta andando nella direzione della savana. Questo è drammatico perché uno potrebbe dire “Vabbè, però no, sul pianeta tante volte i biomi cambiano, erano savane diventano foreste, erano foreste, diventano deserti”. È sempre successo. La questione importante è che dal punto di vista locale la sofferenza dei 47 milioni di persone che abitano questa regione è sicura. Cioè, nel momento in cui tu distruggi la foresta ne vengono fuori problemi di sicurezza alimentare, problemi di irrigazione, ma non solo in Amazzonia.

Un grave problema immagino

Piogge che non arrivano più per tutti. Ma pensa anche dal punto di vista globale, questa è la cosa di cui si sta parlando di più in questo periodo, la quantità di emissione di gas serra, di gas clima che avresti perdendo la foresta amazzonica. Ogni albero una volta che viene tagliato o bruciato, immette nell’atmosfera una quantità X di CO2. Dai conti che sono stati fatti si calcola che in Amazzonia ci siano più o meno 400 miliardi di alberi, questi 400 miliardi di alberi hanno un contenuto di carbonio che è misurabile, dal momento in cui dovessero essere distrutti, morire o venire incendiati o decomporsi, libererebbero in atmosfera qualcosa come 300 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente. Questo numero, ossia 300 miliardi di tonnellate, è praticamente 7 anni, 8 anni di emissioni globali attuali.

Quindi questo vorrebbe dire ovviamente aver perso a priori la guerra al cambiamento climatico, cioè non lo controlli più.

Sì. L’Amazzonia è uno di questi biomi, così come gli oceani che ti garantiscono la sopravvivenza sul pianeta. Senza Amazzonia possiamo dire ciao alla nostra specie, non al pianeta, perché ovviamente chi sopravvive al caldo resisterà a questo clima torrido, ma la specie umana non ce la farebbe. E questo in Amazzonia è purtroppo previsto appunto tra 15-30 anni.

Senti, in tal senso con la tua associazione cosa state proponendo? Come vi siete attivati in tutti questi anni per rendere sensibile il problema in tutto il mondo?

Appunto come dicevi, la sensibilizzazione è una parte importante perché, vedi, nonostante tutto quello che ci siamo appena detti, ancora non si parla abbondantemente del problema. È importante che il mondo fuori dall’Amazzonia capisca che questa distruzione non è causata dai popoli amazzonici, al contrario è una distruzione che risponde a una domanda esterna all’Amazzonia, che sia del resto del Brasile o che sia dell’Europa o della Cina, è una domanda esterna quella che crea la deforestazione. La domanda per la soia, la domanda per l’allevamento bovino, eccetera. Quindi la sensibilizzazione è fondamentale. La forma più semplice per raccontarlo è sempre quella dei due binari paralleli. Per evitare il collasso di cui abbiamo parlato finora, bisogna fare sostanzialmente due cose: la prima è proteggere la foresta che ancora esiste, quindi quella che è ancora in piedi, mantenuta esattamente così com’è, intatta, protetta, con la sua biodiversità, con le sue culture, le tradizioni, le persone che ci vivono. Proprio il principio è mantenerla così com’è. L’altra invece, lavorando nell’arco di deforestazione, cioè nella zona in cui la foresta è già stata tagliata da 30 anni, da 40 anni, lì è necessario riforestare. Per riportare il giusto equilibrio nel bioma, è necessario che almeno il 10% di quello che è stato tagliato venga ripiantato. Ecco, noi stiamo lavorando su questi due binari.

E a che percentuale siamo adesso di riforestazione?

Zero.

Ma scusa, tutte queste grandi Compagnie che operano in Amazzonia, non promettono sempre la riforestazione? O sono solo boutade di tipo politico?

Dipende da quali compagnie ti riferisci, cioè se la compagnia è, faccio un esempio, la Petrobras che è statale e deforesta perché deve costruire magari un oleodotto. Le compagnie che non riforestano sono quelle alimentari. Allora, parliamo della Cargill, parliamo della Bunge e altre. Le multinazionali che acquistano la soia, per esempio, non sono proprietarie di niente. Loro comprano la soia, la comprano dai piccoli proprietari terrieri e i proprietari terrieri deforestano, piantano soia e poi la vendono.

Eh beh, ma lì dovrebbe intervenire la politica.

Più che la politica il controllo del territorio, quindi servirebbero più controlli di polizia e le multe. I controlli purtroppo sono molto difficili per una questione di spazi geografici immensi, distanze, logistica, questioni economiche. Il Brasile comunque è un paese che non ha tante risorse da poter destinare a queste operazioni.

Se ti dicessi di un’immagine, un suono, un profumo che ti ricordi subito l’Amazzonia, in qualsiasi parte del mondo tu possa essere, cosa o come lo identificheresti?

Guarda, oggi ormai è diventato facilissimo anche venire in Italia e sentire pappagalli, per cui per me è immediato. Dopo la pioggia iniziano i pappagalli, e quando li sento sono a casa.

Ma c’è stato un momento di crisi in cui hai pensato di rinunciare a questa vita per tornare a Milano?

Mai. Nel senso che ci sono stati tantissimi momenti di sconforto, quelli sì. Così come momenti di stanchezza, fatica, la paura o sentirmi insicura: tutto questo può avermi portato a pensare “Madonna, cioè tutto quello che ho lasciato, quel comfort, quella sicurezza, quel cibo buono, un bicchiere di vino, la sanità.” Hai questi momenti di sconforto ma mai al punto di divenire così importante da arrivare al punto di dire “Ora faccio le valigie e torno a casa”.

Ma poi in Amazzonia hai trovato pure il compagno della tua vita, no?

Sì, anche se mi piace meno parlarne come argomento. Comunque è arrivato 13 anni dopo, nel senso che io per 13 anni ho fatto la pendolare.

 

Altra cosa che mi ha colpito leggendo il libro, è quando alcuni nativi del villaggio si sono trasferiti a vivere nella città più vicina cadendo poi nell’alcolismo, droghe pesanti eccetera. Ho fatto fatica a immaginare persone che vivono in un certo ambiente, potessero rimodellarsi in maniera negativa in un altro stato delle cose.

Non so se si rimodellano. Interessante questo verbo che hai usato. Io non so se si rimodellano, quello che vedo è un fenomeno costante, cioè la migrazione urbana è in continuo avvenimento. Però vedo che si adattano, cioè si sforzano nell’adattarsi a quel contesto urbano, ma non si rimodellano profondamente. Quindi il desiderio comunque profondo è sempre quello di tornare in foresta. Desiderio che spesso rimane tale, perché questi sono viaggi interstellari. Partire dalla foresta e andare a vivere in città, molto spesso per tantissimi significa non riuscire a tornare indietro e rifarti un’altra casa, per mancanza di soldi. Quindi abbandonando l’idea ti rimane quel senso di nostalgia per quello che hai lasciato, dello spazio intorno a te che non era delimitato. Ho sentito dire da molti di loro cose del tipo “Ma sai, vivo qui in questa casa e non ho niente, cioè non ho nient’altro. Invece quando vivevo in una casa di legno, vivevo una palafitta, comunque intorno a me c’era cibo, c’era foresta, c’era acqua, e tutto gratuito”.

Infatti la foresta ti dà gratuitamente

Quando arrivi in una città non hai niente oltre a quelle quattro pareti che hai comprato con

Il libro

2 lire, per questo desiderano sempre tornare indietro, ma come fanno? Mi viene voglia di chiederti invece e di riflettere su come abbiamo fatto noi 80 anni fa o 50 anni fa a lasciare le campagne per andare in città. Secondo me questa stessa cosa è accaduta ai nostri nonni. È uguale anche adesso, cioè chi parte dalla campagna o zone rurali, vanno a cercare lavoro in una grande città, poi spesso purtroppo finiscono in un meccanismo tritatutto. Come vedi situazioni similari seppure in contesti diversi. E magari arrivano anche da famiglie cosiddette ‘bene’ quindi non per forza di cose con la necessità di trasferirsi in città per motivi economici.

Prima di salutarci, Emanuela trova il tempo di alzarsi, dirigendosi sul terrazzo della capanna dove ci mostra, attraverso la videocamera del PC, un grande fiume e foresta nella quale vive.

Luoghi dove la pluripremiata biologa milanese ha deciso appunto di vivere, dedicandogli tutta la sua vita sia a livello umano che professionale, contribuendo in tal modo a trasmetterci messaggi di speranza ma pure di allarme per l’ambiente. E di tempo per intervenire ne rimane davvero poco.

direttore@varese7press.it