
GINEVRA / SANA’A, 22 settembre 2026 – L’estendersi dei combattimenti su più fronti in Yemen rischia di precipitare il Paese in una catastrofe umanitaria ancora più profonda, costringendo una marea di civili a fuggire sia all’interno del territorio nazionale sia verso i Paesi vicini del Corno d’Africa. A lanciare un grave allarme è Armen Yedgaryan, rappresentante dell’UNHCR (l’Agenzia ONU per i rifugiati) nello Yemen, nel corso di un intervento al Palais des Nations di Ginevra.
Dall’inizio di settembre, l’escalation militare ha già costretto oltre 130.000 persone ad abbandonare le proprie abitazioni. L’epicentro della crisi si conferma la provincia di Taiz, da cui proviene oltre il 60% dei nuovi sfollati: centinaia di famiglie rimangono bloccate all’interno della regione, impossibilitate a raggiungere aree più sicure a causa dei combattimenti, delle strade interrotte e della gravissima carenza di carburante e trasporti. Fuge di massa si registrano anche dalle province di Al Jawf, Marib e Al Hodeidah.
Civili sotto tiro e numeri da capogiro
Il bilancio delle violenze è pesante: si contano già almeno 110 civili colpiti e 28 vittime accertate, ma i numeri sono destinati a salire. La nuova ondata di profughi va a gravare su un quadro già disperato: prima di quest’ultima escalation, lo Yemen contava oltre 5,2 milioni di sfollati interni. Oggi sono più di 22 milioni le persone che necessitano di assistenza umanitaria, tra cui circa 65.000 tra rifugiati e richiedenti asilo, in gran parte somali ed etiopi.
Oltre 90.000 neo-sfollati sono giunti nelle province di Aden, Lahj, Abyan, Al Dhale’e e Marib, premendo su strutture e siti d’accoglienza ormai saturi e privi di servizi essenziali quali cibo, acqua potabile, alloggi e assistenza sanitaria.
La risposta di emergenza dell’UNHCR
Di fronte al rapido deterioramento della situazione, l’UNHCR ha dichiarato uno stato di emergenza iniziale di Livello 1 per Yemen, Gibuti e Somalia, attivando una mobilitazione straordinaria di fondi e personale per garantire interventi salvavita:
Beni di prima necessità: Invio di 3.000 pacchi di soccorso dalla riserva globale di emergenza di Dubai, contenenti stuoie, coperte, lampade solari, set da cucina, taniche, zanzariere e teloni.
Sostegno economico e alloggi: Eragazione di aiuti in denaro d’emergenza per 200 famiglie (con estensione programmata ad altre 1.000), fondi per l’alloggio ad Aden e Lahj e distribuzione di 1.000 kit di riparazione per le case danneggiate.
Protezione e rimpatri: Avviate le valutazioni di protezione per 2.000 nuclei familiari e pianificato il rientro volontario di 150 rifugiati somali da Aden a Mogadiscio.
Fuga verso Gibuti e il Corno d’Africa
L’onda d’urto del conflitto sta varcando il braccio di mare del Golfo di Aden. Sono già più di 3.000 i profughi yemeniti arrivati a Gibuti, con un ritmo giornaliero che ha superato il picco massimo registrato durante la crisi del 2015. L’UNHCR e i partner si stanno preparando ad accogliere oltre 10.000 nuovi arrivi nei prossimi mesi, complice il miglioramento delle condizioni del mare previsto per metà ottobre. Primi sbarchi si segnalano anche nel Somaliland e nel Puntland.
Appello urgente: mancano i fondi
A frenare i soccorsi sul campo sono le linee del fronte attive, le interruzioni dei collegamenti e i danni alle infrastrutture chiave, tra cui il porto di Al Mokha. A ciò si aggiunge un vuoto finanziario drammatico: l’operazione dell’UNHCR in Yemen per il 2026 è finanziata solo al 18% rispetto ai 194 milioni di dollari necessari.
L’agenzia ha lanciato un appello urgente per raccogliere 25 milioni di dollari indispensabili per assistere subito circa 231.000 persone in condizioni critiche nello Yemen, oltre a 13,5 milioni di dollari destinati alle operazioni di accoglienza e registrazione a Gibuti, coperte attualmente solo per il 15%.



