VARESE, 25 settembre 2026- di GIANNI BERALDO
Si è chiuso con la massima pena l’ergastolo, il processo di primo grado a carico di Marco Manfrinati, l’ex avvocato responsabile del drammatico agguato mortale che il 6 maggio 2024 ha sconvolto il quartiere Casbeno di Varese.
La sentenza è arrivata verso le 13.15 con la Corte d’Assise presieduta dal Presidente Andrea Crema, ha condannato l’imputato all’ergastolo con l’aggiunta di due mesi di isolamento diurno per l’uccisione del suocero, Fabio Limido, e per il tentato omicidio dell’ex moglie, Lavinia Limido, rimasta gravemente ferita nell’aggressione.
Al momento della lettura della sentenza non erano presenti sia l’imputato sia della persona offesa e dei suoi familiari (consigliati dal loro avvocato Fabio Ambrosetti, per evitare forti stati di apprensione).
Nel rimodellare l’impianto accusatorio, i giudici non hanno accolto tutte le contestazioni formulate dalla Procura: sono infatti cadute le aggravanti della premeditazione (per quanto riguarda il delitto di Fabio Limido), della crudeltà e della minorata difesa. È stata tuttavia riconosciuta e mantenuta l’aggravante di aver agito nell’ambito delle condotte persecutorie di stalking a cui le vittime erano sottoposte.
Sul piano risarcitorio, il collegio ha stabilito provvisionali e indennizzi per una cifra totale che sfiora i due milioni di euro destinati
ai familiari della vittima. A Lavinia Limido è stata riconosciuta una somma pari a quasi un milione di euro, mentre una provvisionale di
128.000 euro è stata assegnata al figlio minore della coppia. L’ammontare definitivo del danno materiale e morale verrà quantificato in un separato giudizio in sede civile.
La sentenza giunge al termine di un dibattimento serrato. Nelle udienze precedenti, la Pubblica Accusa aveva chiesto il carcere a vita sostenendo la piena premeditazione e la spietatezza dell’azione criminale.
Di contro, il legale della difesa, l’avvocato Elio Giannangeli, aveva sollecitato il ridimensionamento delle accuse per evitare l’ergastolo, descrivendo l’aggressione non come un piano preordinato, ma come il gesto impulsivo di un uomo esasperato.
Una linea difensiva contestata con fermezza dai legali di parte civile, che avevano ribadito la sproporzionata violenza dell’azione, invocando una condanna commisurata alla gravità dell’accaduto.
A margine della giornata abbiamo sentito i due avvocati, tra cui Fabio Ambrosetti “La parola soddisfatto forse non è corretta, perchè in una vicenda del genere non vi è nulla di che essere soddisfatti. Professionalmente sì in quanto l’imputato ha ricevuto la pena che il giudice ha reputato corretta per il fatto che ha commesso”.

