Colombo, Confartigianato Varese: ”Si facciano piú tamponi o non saremo in grado di ripartire”

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Mauro Colombo, presidente Confartigianato Varese

VARESE, 2 maggio 2020-Le istituzioni facciano la loro parte o non saremo messi nelle giuste condizioni per ripartire.

Nel weekend che precede la prima fase della ripartenza post lockdown, è il direttore generale di Confartigianato Varese Mauro Colombo a mettere in chiaro che non tutto è come le imprese auspicavano che fosse.

«Premetto che perpetuare ancora il fermo delle attività produttive non è più sostenibile, soprattutto per le micro e le piccole aziende che non hanno mezzi economici e finanziari sufficienti per far fronte a due o anche tre mesi di chiusura – argomenta Colombo – Molte rischiano di non aprire più o, pur provandoci, rischiano di non trovare le risorse sufficienti per reggere. La situazione è critica, lo spettro è quello di perdere migliaia di posti di lavoro, impoverendo i nostri territori e facendo mancare un fondamentale contributo di risorse, servizi e benessere a tutti i cittadini».

Indietro, dunque, non si torna: il 4 maggio 2,7 milioni di italiani ripartiranno.

«Il problema non è il “se”, sul quale non si discute. Ma il “come”, sul quale speravamo che le istituzioni si facessero trovare preparate – attacca Colombo – Invece no: nonostante gli imprenditori siano disposti a fare tutto il necessario per mettere in sicurezza le proprie aziende, non sono stati ancora messi a punto gli strumenti».

«Certo, sono stati definiti accurati Protocolli, che impongono distanziamento, divieto di assembramento, misurazione della temperatura e altro ancora e che sono stati verificati e validati da innumerevoli check-list inviate ai datori di lavoro da Ats, Prefetture e rappresentanze sindacali ma il virus, lo abbiamo ben compreso in questi lunghi e durissimi mesi, non si contrasta con la carta bollata e le autocertificazioni».

Si contrasta, piuttosto, con le tre T: testare, tracciare e trattare. «Mi domando: siamo in grado di farlo? – continua il dg – Ad oggi l’unica certezza è che nessuno potrà certificare che i lavoratori al rientro in azienda dopo un lungo periodo di assenza siano Covid-negativi, a meno che non vengano effettuati preventivamente test immunologici e tamponi. Cosa che non mi risulta si possa fare per tutti…».

Gli unici strumenti nelle mani dei datori di lavoro, così come disposto dal Protocollo della sicurezza aggiornato il 26 aprile, sono la misurazione della temperatura, l’individuazione, a cura del medico competente, dei lavoratori “fragili”, ai quali prestare maggiore attenzione e le procedure ad hoc per il reinserimento dei lavoratori dopo la quarantena. E poco importa se non è un rischio specifico dell’attività dell’azienda, l’abbiamo fatto o la faremo tutti, perché comprendiamo che la consapevolezza e i comportamenti responsabili devono essere assunti dappertutto, anche mentre si rimane in mensa o ci si cambia prima di iniziare il turno di lavoro».

«Ma tutto questo non giustifica – è la convinzione di Colombo – il rovesciare sulle spalle dell’imprenditore e del suo medico competente una serie di responsabilità che non competono a loro». Né, a tutela della sicurezza collettiva, potrà ritenersi sufficiente una autodichiarazione del lavoratore.

«Ecco perché chiediamo alla Regione che, seppure in ritardo, si attrezzi con la dovuta quantità di tamponi giornalieri: non si aspetti solo l’insorgenza dei sintomi, a questo punto è necessario programmare anche i test sierologici e i relativi follow up. Dobbiamo tutti farci parte diligente di questa delicatissima fase 2: il virus è più veloce dell’attendismo».

«L’imprenditore saprà farsi trovare pronto ma non può rischiare che, nel caso in azienda si manifestino casi di Covid-19, si debba ricorrere al lockdown chirurgico evocato dal presidente dell’Iss Silvio Brusaferro: sarebbe la batosta definitiva. Così come lo è aver equiparato i casi di Covid-19 agli infortuni sul lavoro introducendo un profilo di potenziale responsabilità penale per il datore di lavoro. Ma allora sarà così anche per un bambino a scuola, o all’oratorio estivo? O per il cittadino che va in Comune per un certificato? E perché non per un viaggiatore sui mezzi pubblici? (no, qui si scarica con l’infortunio in itinere sul datore di lavoro)».

Aggiunge Colombo: «E’ impensabile stabilire come e quando un lavoratore possa aver contratto il contagio. Nonostante il controllo garantito in azienda, infatti, trasporti, tempo libero ed eventuali contatti sociali extra non sono gestibili dall’imprenditore. Un collaboratore passa 1/3 della sua vita in azienda e si chiede al datore di lavoro di essere responsabile anche degli altri 2/3? Il conto non torna».

Insomma, il lavoro ha bisogno di sicurezza ma, soprattutto, ha bisogno di azioni rapide, concrete, efficaci e mirate in capo alle istituzioni e alla politica. E ha bisogno di chiarezza.

Il Ministero della Salute giovedì sera ha diramato la nuova circolare che dovrà monitorare la curva dei contagi e il verificarsi di nuovi focolai. Nella circolare si prevede che ci sia almeno un operatore sanitario ogni 10mila abitanti per effettuare indagine epidemiologica, tracciamento contatti, monitoraggio quarantenati, esecuzione tamponi, raccordo con assistenza primaria, inserimento dei dati nei diversi sistemi informativi. Alla fine del mese di maggio speriamo di essere un po’ più avanti rispetto alla situazione di partenza. Il virus, infatti, corre più veloce della nostra burocrazia.

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