Migrazione, in una mostra fotografica storie di inclusione sociale grazie all’agricoltura

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MILANO,15 dicembre 2021 – Esraa ha 30 anni, è mamma di tre bambini e viene dall’Egitto: a Milano ha imparato a prendersi cura delle piante in un orto tra i palazzi, a cucinare lasagne, gnocchi e pesto, facendo nuove amicizie.

Lot ha lasciato la Nigeria per colpa della crisi: tutti i giorni si alza alle 7 per andare a coltivare in un campo appena fuori Perugia pomodori e okra, un ortaggio che ricorda profumi e sapori della sua Africa e, insieme alle verdure, fa cresce anche il proprio futuro. Abdì, 58 anni, è scappato dalla guerra in Somalia con la sua numerosa famiglia: nel suo Paese insegnava il corano ai bambini e lavorava la terra, a Ragusa fa il contadino e il suo sogno è avere un giorno un campo tutto suo per poter coltivare melanzane, fave, cipolle, aglio, lattuga e datteri.
Esraa, Lot e Abdì sono alcuni dei beneficiari del progetto “Coltiviamo

Babatunde Odusoga, 34 anni, dalla Nigeria.

l’integrazione”, finanziato dal Fondo Asilo, Migrazione e Integrazione del Ministero dell’Interno con  capofila Tamat NGO, in collaborazione con Associazione i Tetti colorati Onlus di Ragusa, Fondazione ISMU, Associazione Robert F. Kennedy Human Rights Italia e Cardet.

Il progetto ha l’obiettivo di fornire ai migranti strumenti di integrazione sociale, culturale ed economica attraverso un’attività pratica che favorisca l’interazione con la comunità locale e dia competenze che possono servire per il futuro, attraverso laboratori strutturati per acquisire sia la conoscenza della lingua italiana e del linguaggio specifico nel mondo del lavoro, sia il sapere tecnico e pratico nel campo dell’agricoltura. Così a Perugia è nato un campo multiculturale dove si piantano insieme pomodori e okra africana, a Milano un orto cittadino e un laboratorio dal seme al piatto, a Ragusa un campo agricolo inclusivo. “Coltiviamo l’integrazione” è stato avviato nel 2018 e si è concluso nel dicembre 2021.
Oggi a Milano l’evento conclusivo, organizzato dall’associazione perugina Fuori di Zucca: in mattina si è svolta una tavola rotonda alla Casa della Memoria con le istituzioni e i partner. Durante l’evento sono stati presentati il documentario web e la mostra fotografica on line “Inside”(https://inside.coltiviamolintegrazione.it, realizzata da Sheldon.studio), con gli scatti di Stefano Schirato: un racconto per immagini del progetto attraverso i ritratti dei beneficiari  e delle loro storie, i prodotti usati e il reportage su luoghi e attività svolte durante i laboratori di Perugia, Milano e Ragusa.

I ritratti dei destinatari sono  stati realizzati con la stessa luce e lo stesso taglio, ma ognuno è diverso dall’altro: perché ogni volto racconta una storia, unica e speciale.

“In due anni di progetto abbiamo sostenuto oltre 50 persone”, spiega il coordinatore Domenico Lizzi, di Tamat. “La maggior parte di loro erano richiedenti asilo, dopo aver seguito i nostri laboratori molti hanno trovato lavoro nel mondo dell’agricoltura, altri hanno seguito altre strade, ma con un bagaglio di conosocenza della lingua e di competenze in più. La forza del nostro progetto non è solo quella di favorire un’inclusione economica, ma mettere i migranti in relazione con la comunità locale per realizzare davvero un’inclusione sociale. La diversità crea un valore aggiunto e dall’incontro di culture differenti nascono nuove opportunità sia per i beneficiari sia per i volontari”. Come simbolo del progetto si può prendere il vasetto di okra in agrodolce che alcuni migranti hanno prodotto nel laboratorio di Perugia: unisce un ortaggio africano alla tradizione dei sottoli italiana creando una ricetta mai sperimentata prima, ma ottima.

Laboratori
A Perugia, i laboratori (promossi da Tamat in collaborazione con Diocesi di Perugia, ACLI, Fuori di Zucca, Orto Sole) si sono svolti nel Parco Agrosolidale di Montemorcino, coinvolgendo circa 15 richiedenti asilo provenienti da Nigeria e Mali: qui è stato realizzato un orto multiculturale in cui è stata sperimentata anche la produzione di prodotti ortaggi e verdure tipiche dei Paesi di origine dei partecipanti, come l’okra, alimento che viene utilizzato alla base di molti piatti della cucina africana e che è stato utilizzato per fare ricette italoafricane: okra in agrodolce, pesto, composta di cipolle e okra. E’ stata sperimentata anche la gestione di un’associazione di nome Lambè (che nella lingua mandinka significa “dignità”), in cui richiedenti asilo e volontari collaborano per programmare ed attivare iniziative pratiche finalizzate alla condivisione di valori e culture con la comunità locale.

A Milano sono stati realizzati due laboratori (da Fondazione  ISMU in collaborazione con Rob de Matt, Arca CAS Agordat, NAGA, Diaconia Valdese, Fratelli San Francesco, SPRAR Associazione La Grangia di Monluè, Cooperativa Lotta contro l’emarginazione e APS Mitades), uno di cucina e uno di agricoltura urbana: i beneficiari hanno imparato a costruire e creare un orto tra i palazzi, coltivare ortaggi e poi cucinarli e presentarli in un piatto. La sperimentazione milanese ha avuto come obiettivo la realizzazione di un percorso formativo teorico e pratico per garantire ai partecipanti le conoscenze di base dell’agronomia e della cucina, con l’obiettivo di seguire il processo produttivo dalla semina fino al piatto.

A Ragusa la sperimentazione (promossa dall’associazione I tetti Colorati  onlus, presso la Tenuta Magnì, concessa in comodato d’uso gratuito dalla Diocesi di Ragusa alla Cooperativa agricola Semina Mondo) ha coinvolto in un primo ciclo tre donne (due di nazionalità eritrea ed una marocchina) e tre uomini (due di nazionalità gambiana ed una algerina) e nel secondo ciclo 8 destinatari provenienti dalla Nigeria, Somalia e Gambia. I beneficiari hanno preso atto dei concetti di lavorazione del terreno, osservando l’aratura e la sistemazione della superficie, impostando un sesto di impianto idoneo alla crescita degli ortaggi, scelti insieme. Sono state organizzate anche cene solidali.

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