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Intervista a Luca Telese autore del libro dedicato agli uomini della scorta di Enrico Berlinguer: ”Storie inedite e di grande passione politica”

VARESE, 25 ottobre 2022-di GIANNI BERALDO

Un libro bellissimo, emozionante, commovente, quello scritto recentemente dal noto giornalista, scrittore e autore televisivo Luca Telese, intitolato ‘La scorta di Enrico. Berlinguer e i suoi uomini: una storia di popolo’ (Solferino Editore).

Libro dove si raccontano storie personali degli uomini della scorta di Enrico Berlinguer, leader del PCI morto l’11 giugno del 1984 colpito da ictus dopo un comizio a Padova. Storie di uomini, di passioni politiche, di fedeltá al partito e a chi lo rappresentava. Protagonisti che prendono il nome di Alberto Menichelli, Lauro Righi, Dante Franceschini, Pietro Alessandrelli, Torquato ‘Otto’ Grassi, Alberto Marani e Roberto Bertuzzi.

Ma emerge pure una grande affresco riferito al rispetto e fedeltá a un leader di partito, a un grande uomo e politico colto e raffintao,  fedele fino all’ultimo ai princípi fondativi della Costituzione. Storie raccontate da Telese con rara maestria letteraria dove i ricordi e le emozioni di un momento, vengono immortalate nelle pagine del libro grazie a una narrazione vivace e densa di significati riportandoci a un recente passato, forse per qualcuno un pó sbiadito, ma che invece serve ancora oggi (forse soprattutto oggi…) da monito, ricordando che la politica e chi la rappresenta dovrebbe essere esercitata in funzione alle esigenze e interesse della persone, dei cittadini, insomma del Paese e non viceversa. Per saperne di piú abbiamo intervistato lo stesso Telese.

Quella narrata in questo libro è davvero una storia incredibile, dove nasce l’idea?

Conoscendo qualcuno di loro avevo intuito la potenzialità di questo racconto. Loro però erano persone molto riservate, parlo soprattutto di Menichelli e Romani. Poi ci fu la fine del Pci con passaggio a Ds e Pds , che loro consideravano come vincolo di riservatezza necessario.

Forse reticenza nel raccontare dovuta anche all’importante figura storica e politica di Berlinguer.

E’ cosí. Per convincerli contattai Bianca Berlinguer (nota giornalista RAI figlia di Enrico, ndr) chiedendogli cosa ne pensasse dell’idea di raccontare quegli anni e quelle storie. Lei mi disse che oramai suo padre fa parte della storia e come tale non si parlerebbe più della sola persona ma di eventi storici.

E quello fu lo sdoganamento per dare il via al progetto immagino.

Certo. Finalmente ho iniziato a fare delle interviste e l’affresco che ne usciva era ancora più potente di quello che si poteva immaginare e che loro stessi immaginavano. Tra l’altro l’uno degli altri non conoscevano tutti i dettagli perché erano stati pudìchi anche tra loro. Era una loro procedura quella di non rivelare il loro privato più intimo.

Una segretezza fuori dal comune.

Una segretezza professionale, quasi cospirativa. Poi i modenesi più che riservati sono blindati. In quelli più anziani della scorta con un passato da partigiano, vi era un segretezza dovuta proprio al ruolo. Addirittura partiti per Roma senza dire nulla ai genitori.

Retaggi appunto dello loro esperienze come partigiani?

Esatto. Vi è un passaggio del libro dove Otto, l’ultimo sopravvissuto dei modenesi, sottolinea come la resistenza nel modenese aveva un carattere particolare. Infatti mentre quella bolognese aveva l’Appennino dove nascondersi adattando tattica e strategia, nel modenese ti potevi nascondere solo se qualcuno ti nascondeva, per questo le torture o cippi che mi ha portato a vedere sono curai come sacrari rurali, che le famiglie puliscono accuratamente e se li contendono come fosse un’adozione a distanza. Ossia tu devi pulire il cippo della persona affidata nel ricordo della stessa torturata dalla Gestapo per sapere dov’erano i partigiani. Insomma lì la segretezza era proprio costitutiva.

La loro missione era vivere e convivere con Enrico Berlinguer seguendolo ovunque: ma quali erano i rapporti con gli altri importanti dirigenti del Pci?

Enrico Berlinguer con la scorta

Tutti loro non erano una milizia privata e avevano già lavorato con altri dirigenti del Pci. Ad esempio Alberto era stato l’autista di Terracini e Dante l’autista di Di Vittorio. Nello stesso tempo Bertuzzi aveva fatto l’autista di Napolitano con il quale spesso litigava, motivo per il quale a un certo punto aveva chiesto di essere destinato ad altro incarico. Ma fu lo stesso Napolitano a volerlo tenere. In realtà non erano dei veri autisti ma dei quadri politici a tutti gli effetti. Diciamo che vi era un clima non servile con persone di pari dignità.

In questo libro sono descritti degli episodi pazzeschi. Ad esempio la trasformazione della sede storica del Pci in via Botteghe Oscure ( ora sede di un noto Istituto Bancario) in un vero e proprio fortino con deposito d’armi, vie di fuga segrete e altro ancora che tu nel libro descrivi molto bene.

Storie che non conosceva nessuno e che solo loro hanno voluto raccontare oggi. Penso ancora a Bertuzzi picchiato dagli Autonomi che volevano assaltare la sede. A quel punto scattarono tutti i meccanismi di difesa. Come l’idea fantastica di adottare il sistema degli scudi umani composto soprattutto da operai chiamati a raccolta a difesa dei vari accessi. Ho calcolato che per difendere tutti gli ingressi siano serviti almeno 300 persone, tutti volontari, sacrificando magari il loro unico giorno di riposo. Tabacci mi ha confidato che in quelle lunghe giornate a difesa della sede ci si divertiva, si dialogava di tutto e nascevano pure degli amori.

D’altronde per gli uomini della scorta era un sorta di convivenza, una vita vissuta insieme e spesso lontani dalle famiglie anche per molti giorni.

Questo è l’elemento anomalo. Gli anni di piombo indussero loro a una convivenza forzata trascorrendo più tempo con Berlinguer che con le loro famiglie anche a costo di sacrifici. I bambini piccoli erano gelosi dicendo che passavano più tempo con la figlia di Berlinguer che con loro.

Famiglie che alla fine sono diventate una sorta di grande comune…

Sono diventati amici. Hanno ancora la chat denominata ‘Fratellastri’ perché c’era questo elemento di parentela acquisita che diventava un elemento di unione. Nessun altro poteva capire quello stile di vita, quelle scelte. Laura Menichelli racconta che lei a scuola non diceva mai io vero lavoro di suo padre inventandosi che lavorava come impiegato, “impiegato dove, in quale ufficio?” ribadiva incuriosita la maestra e lei rispondeva “impiegato e basta” mettendosi a piangere. Poi la madre alla maestra gli rivelò il vero impiego del marito.

Un libro, una storia, dalla quale ovviamente emerge l’importante figura di Enrico Berlinguer e alcuni aspetti umani sconosciuti. Rimane il fatto che i veri protagonisti della storia rimangono gli uomini della sua scorta.

E’ vero, però senza Berlinguer non si capirebbero questi uomini con le loro storie. Berlinguer era il prodotto di quella storia e ciò che metteva sullo stesso piano Dante, Alberto, Roberto e Berlinguer era la loro scelta di vita e questo alla fine li rendeva fratelli. Poi gli anni di piombo li resero compagni obbligati. Il Natale trascorso alle Frattocchie per motivi di sicurezza con Berlinguer che disse “ambo” durante una partita a tombola tra le ovazioni dei presenti, questo ruppe il ghiaccio rendendo il tutto più semplice. Quella era una condizione particolare che non si potrà ripetere. Condizione che crea anche un legame molto forte che sopravvive alla morte.

Condizione che ha inciso anche a livello familiare dei protagonisti.

Certo. Quando Menichelli dalla sua casa di periferia per due anni va a prendere Laura tutti i giorni per portarla a scuola e riprenderla all’uscita, sulla base del ragionamento “adesso che tuo padre non c’è più lo devo fare io”, questo dice molto del forte legame che si era instaurato anche tra loro oltre a essere un aspetto commovente della storia.

Commovente come il capitolo che riguarda la morte di Berlinguer, con loro che si sentono smarriti e impotenti per non essere riusciti a salvarlo.

Esatto. Perchè tu hai difeso Berlinguer da tutte le minacce, ti sei inventato qualunque cosa per garantire la sua sicurezza come adottare percorsi alternativi, turni cambiati, tre auto per tre percorsi alternativi cercando di spiazzare le Brigate Rosse ecc… poi è finita così.

Accorgimenti adottati, tra l’altro, in quanto i pericoli erano reali e la vita di Berlinguer era a rischio tutti i giorni

Basti pensare a quel rapporto rinvenuto nel covo delle BR di via Monte Nevoso, che diceva:

“Berlinguer è passato ma non si è fermato”. Si riferivano a quell’episodio riportato nel libro quando vicino a una latteria, dove Berlinguer solitamente acquistava del latte, la scorta vide uno scavo anomalo così come una transenna di fronte alla latteria. La scorta in auto si chiese come mai non vi fosse nessun strumento di lavoro, a quel punto decidono di non fermarsi e questo probabilmente salva la vita a Berlinguer.

Nella prefazione evidenzi come la loro “éuna storia di vite di uomini che simbolicamente raccontano un partito, una stagione ideale, la lotta per un’utopia democratica”. Mi pare che, soprattutto oggi, questa utopia democratica sia rimasta tale.

Penso che questo libro dimostri come quella sia stata un’altra cultura, un’altra storia ma anche un altro secolo. Però in questa storia incredibilmente Berlinguer chiude da vincente . Lui che è sempre stato narrato come un leader triste, perdente, in crisi, privo di una strategia, ecco al culmine di questo racconto attraverso gli anni dal 1980 al 1984 lui, addirittura da morto essendo ancora nelle liste elettorali perché non si poteva essere cancellati, vince sorpassando la Democrazia Cristiana.

Quale tra questi uomini della scorta, tra questi protagonisti della storia, ti ha colpito maggiormente? Forse Menichelli?

Menichelli era il capo scorta e la persona più nota tra gli addetti ai lavori. Però è vero che tutti gli altri hanno rivelato una loro particolarità. Per esempio abbiamo trovato delle sue pagine raccontate in maniera autografa dove lui raccontava la sua esperienza nella resistenza che pare veramente un film. Così come la partenza pera la campagna d’Africa dove racconta degli aneddoti tipo “ se ti arriva la sahariana stai partendo per l’Africa, se ti arriva il cappotto di veltro stai partendo per la Russia”. Tra l’altro quella inversione dei ruoli dove il vecchio dice al novizio “In Russia staremo dietro ai tedeschi e sarà una passeggiata”, invece fu una catastrofe. Sembra il film di Comencini ‘Tutti a casa’ dove racconta la storia drammatica della resa, dell’armistizio. di Badoglio ecc… Insomma il sovrapporsi di tutte queste vite raccontano fondamentalmente la storia d’Italia. E questo mi piaceva molto.

Interessante e curioso anche il primo e unico l’incontro tra gli uomini della scorta di Berlinguer con quelli della scorta dell’allora leader della Democrazia Cristiana Aldo Moro. Un evento che pareva impossibile potesse accadere che aiuta a capire quegli anni, quei momenti e certe tensioni politiche.

Questo è un episodio che mi è piaciuto molto. In effetti tutti loro erano depositari di segreti sconosciuti persino a dirigenti di prima fila del partito. Napolitano ad esempio non sapeva di quell’incontro segreto con Moro, loro ovviamente sì.

Quanto tempo hai impiego a raccogliere tutte le testimonianze?

Tantissimo. E’ stata una cosa per gradi partendo prima da Menichelli viaggiando con lui durante la presentazione del suo libro. In quei viaggi iniziò a raccontarmi episodi riguardanti la sua vita e parte degli altri uomini della scorta. Storie e uomini che ovviamente non conoscevo. Poi Roberto mi ha raccontato storie dei più giovani alla fine è nata l’idea di raccogliere in un libro tutte queste testimonianze. La prima cosa fu una cena quando li vidi tutti insieme per la prima volta, anche i non romani. In quel momento ebbi l’intuizione, grazie a un aneddoto di Lauro sulla Resistenza, lui il più taciturno che raccontava storie del suo passato. Capii che ognuno di loro aveva un tesoro da raccontare e così provai a mettere insieme tutte le storie.

Hai visitato parecchio le zone dove i protagonisti del libro hanno vissuto: trovi che esistano ancora i comunisti, come quelli di allora intendo?

Esistono ancora dei comunisti, come gli ebrei erano erranti dopo la diaspora. Magari non votano più oppure sono attivi nell’ambito del sociale. Ad esempio viaggiando per questo libro, a Genzano ho conosciuto un comunista ottantenne che era uno dei figli raccontati nella storia di Viola Ardone nel libro ‘Il treno dei bambini’, ossia famiglie emiliano-romagnole di comunisti che accoglievano degli orfani o ragazzi poveri provenienti dal Sud. Personaggio che con perfetta lucidità mi ha raccontato che ora capo dei volontari dell’Avis. Quindi avendo quella vocazione sociale molti si sono impegnati anche al di fuori dalla politica.

Cosa direbbe Berlinguer dell’attuale situazione politica italiana?

Sicuramente rimarrebbe sconcertato. Lui che era un uomo della scelta di vita, vedere persone che passano da un partito all’altro, non avrebbe accettato che  il senso dello Stato venisse meno. Se vogliamo fu profetica quella sua intervista sulla questione morale, quella fine dei grandi ideali nati dalla storia repubblicana, tra l’altro non solo dei comunisti ma anche di tutti gli altri partiti, che allora non fu capita. Lui amava la politica delle passioni, delle grandi battaglie. Oggi tutto questo è svanito per dare spazio all’opportunismo e il calcolo della politichetta.

direttore@varese7press.it

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