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Intervista a Florence Dore: «Tra chitarre, cattedra e storie di vita: vi racconto il mio Hold the Spark»

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VARESE, 1 settembre 2026-di GIANNI BERALDO

La cantautrice e professoressa di letteratura americana Florence Dore torna con il suo terzo album sulla lunga distanza, Hold the Spark. Prodotto dal leggendario Don Dixon (R.E.M., The Smithereens) e impreziosito da una formazione stellare di talenti della scena Americana — tra cui i chitarristi Jason Wilber e Chris Masterson e suo marito, il batterista Will Rigby —, il disco fonde con disinvoltura roots rock, country-americana e sfumature psichedeliche anni ’60.

In questa intervista esclusiva via Zoom, Florence Dore ci racconta il processo creativo dietro Hold the Spark, l’equilibrio tra la carriera accademica e la vita in tour, e le storie personali che hanno dato forma alle sue nuove canzoni.

INTERVISTA

Quanto tempo ci è voluto per registrare il nuovo album? E in quale studio?

Quanto tempo ci abbiamo messo? Abbiamo registrato un brano, Abacus, in uno studio ad Athens — quello di David Barbe — in Georgia, mentre ero in tour. Ci sono volute solo un paio d’ore, poi ho inciso la voce altrove. Per l’intero album ci sono voluti cinque giorni.

Solo cinque giorni!

Sì. Abbiamo aggiunto qualche traccia dopo, ma le basi, una delle chitarre e le voci principali le abbiamo finite in cinque giorni.

Florence Dore

Per il disco precedente, Highways and Rocket Ships, avevamo registrato allo studio di Mitch Easter, il Fidelitorium, che è bellissimo. Io vivo a Chapel Hill, a circa un’ora e mezza da lì. Per questo album avevamo bisogno di stare più vicini a casa. Questo studio è stato progettato dallo stesso costruttore: si chiama Overdub Lane ed è di proprietà di Wes Lachot, un grande professionista e ottimo musicista (ha suonato le tastiere con i dB’s nell’ultimo tour).

La title track, Hold the Spark, fonde sonorità country-americana con elementi psichedelici tipici degli anni ’60. Qual è la storia dietro questa canzone e perché l’hai scelta anche come titolo dell’album?

L’ho scelta come titolo per lo stesso motivo per cui l’ho scritta: parla di mia figlia. Io e mio marito Will (il batterista) abbiamo una figlia che sta finendo l’università. Ho scritto il brano quando stava per uscire di casa per andare al college; ero triste all’idea del suo distacco. Volevo aggrapparmi a qualcosa dopo la sua partenza: la “scintilla” (spark), un’immagine luminosa del legame con un figlio quando prende la sua strada. Il suo secondo nome è Luz — si chiama Georgia Katherine Luz Dore-Ribbens —, che in spagnolo significa “luce”. Quando è nata, mio marito era in tour con Steve Earle e i Dukes. È nata in anticipo e Will non c’era, così le abbiamo dato il nome Luz per darle qualcosa di più grande della distanza geografica.

Anche tua figlia è una musicista?

No, non lo è. È una bravissima cantante e suona la chitarra, ma ama lavorare con i bambini. Farà l’insegnante come me. Quando lavora con i bambini canta spesso con loro. Chissà se un giorno farà la cantante professionista, di certo ne ha le capacità. Ha già cantato con me sul palco e compare nei cori di Sweet to Me (da Highways and Rocket Ships), una canzone dedicata a mia nonna.

Il brano d’apertura, Sunset Road, ha un’impronta roots rock molto marcata. È la canzone che ha dato il via alla narrazione del resto dell’album?

È un’ottima domanda. In realtà no, perché un album è una raccolta di piccoli racconti, a differenza di un romanzo che sviluppa un’unica trama. Sunset Road è la storia di un uomo e una donna che hanno un bambino in una situazione difficile, e lei alla fine parte da sola con il piccolo perché ha questo spirito forte e brillante, più sparky appunto. Quindi non c’è un filo narrativo unico, ma piuttosto un tema comune.

Il brano 12 Great Minds (Department Meeting) è molto divertente e scatena un’energia rock travolgente, ironizzando sull’assurdità delle riunioni accademiche. Quanto ti sei divertita a scriverla e cantarla?

Tantissimo! Ero arrabbiatissima quando è successo. Avevo creato io stessa una regola quando ero direttrice di dipartimento, e il nuovo direttore mi scrisse un’email dicendo che non l’avevo capita, usandola come scusa per licenziare il mio assistente. Era un’assurdità. I miei colleghi sono persone intelligentissime, con dottorati di ricerca, ma la stupidità quotidiana della burocrazia universitaria è il motivo per cui l’accademia americana si trova in difficoltà oggi. È un ambiente che rischia di spegnere la curiosità intellettuale anziché stimolarla nei giovani.

In ambito scolastico e universitario in Italia le cose funzionano allo stesso modo…

Immagino, ma non è una bella cosa!

Il tuo nuovo album fonde hard rock, country rock, psichedelia ed elementi acustici. Come avete lavorato in studio per fondere questi stili nel tuo suono caratteristico?

È stato un processo molto naturale. Il tour fatto con Mark Spencer e Jean Holder dopo il disco precedente ha influenzato molto la resa dei brani. In studio avevamo Jason Wilbur (chitarrista di John Prine), Jeremy Chatzky al basso e Chris Masterson alle chitarre. Il produttore Don Dixon — che ha prodotto i primi dischi dei R.E.M. insieme a Mitch Easter e i Smithereens — ha un grande rispetto per la personalità dei singoli musicisti: li lascia liberi di esprimersi e interviene solo se c’è qualcosa da aggiustare. Il tocco psichedelico su Butterflies, ad esempio, nasce da Mitch Easter che ha suonato il sitar su mia richiesta.

Preferisci suonare la chitarra acustica o quella elettrica?

Da un punto di vista pratico, dipende dal contesto. In un mondo ideale le userei entrambe. Tuttavia, quando si è in tour, trasportare un amplificatore e una chitarra elettrica è faticoso e occupa spazio. Avendo già ottimi chitarristi elettrici nella band, io mi concentro sull’acustica. Quest’estate ho aperto alcuni concerti di Steve Earle da sola con la chitarra acustica ed è stato fantastico: ti permette di far arrivare il testo al pubblico in modo diretto ed essenziale.

Steve Earle è un grande artista!

È così infatti.

Il tuo pubblico ti preferisce in veste acustica, elettrica o con la band al completo?

Dipende. Suonare in acustico crea un’atmosfera intima e confidenziale. Con la band, invece, lo spettacolo diventa più grande, potente e coinvolgente.

Due anni fa ho intervistato Graham Parker, il quale mi ha raccontato del suo tour americano in acustico, dicendomi quanto fosse un’esperienza carica di emozione.

È un’esperienza molto intensa emotivamente. E francamente è anche più economico per l’artista, perché non devi pagare la band! Porti solo la chitarra e il merchandising. Se lo fai bene, riesci a trasmettere l’anima profonda della canzone al pubblico.

Economico anche per chi organizza, ovviamente.

Certamente!

Quali sono le figure o le storie chiave che hanno ispirato queste nuove canzoni?

Il mio lavoro di docente di letteratura influenza molto la mia scrittura: mi affascina il modo in cui prendono vita i personaggi nei romanzi. Ispirandomi a William Faulkner, ho inventato da zero i protagonisti di brani come Sunset Road e Superstar. Altri pezzi sono autobiografici, come quelli su mia figlia o sulla riunione di dipartimento. Tra i miei riferimenti musicali e lirici ci sono Chuck Prophet, Steve Earle e Lucinda Williams.

Tutti grandi artisti, direi.

Sì, sono artisti straordinari.

Hai riunito un gruppo eccellente di musicisti per questo progetto, tra cui tuo marito. Da quanto tempo suonate insieme?

Suono con mio marito Will da circa 24 o 25 anni (siamo sposati da 22). Jeremy Chatzky, Mark Spencer e Jean Holder vivono a New York, mentre altri collaboratori risiedono in North Carolina. Conoscevo Jason Wilbur perché avevo intervistato la band di John Prine per un libro che ho curato, intitolato The Ink in the Grooves: Literature and Rock & Roll. L’ho sempre stimato come persona e come chitarrista, quindi l’ho coinvolto insieme a Chris Masterson (che ora suona con i Wallflowers).

La formazione è la stessa sia per il disco che per i concerti dal vivo?

Di solito no, perché portare in tour musicisti che vivono lontano costa molto. Quando ci esibiamo a livello locale coinvolgiamo i musicisti del posto, anche se adoro suonare con Mark, Jeremy e Jean ogni volta che è possibile.

Sei nata a Nashville e vivi a Chapel Hill. Quanto hanno contato queste città per la tua musica?

Tantissimo. A Nashville mia madre mi portò via da scuola in terza elementare per andare a vedere Johnny Cash al Grand Ole Opry, e vidi anche Linda Ronstadt. Lì la musica si respira nell’aria. Chapel Hill ha una scena musicale vivacissima che ti spinge continuamente a creare arte grazie ai suoi club e alle band che passano in tour.

Lucinda Williams è una delle figure che ti ha ispirato. Ci sono altri nomi fondamentali per te?

Da bambina ascoltavo tantissimo Joan Baez, The Band e i Beatles. Per quanto riguarda il songwriting, Bob Dylan, Guy Clark, Kris Kristofferson e Steve Earle sono stati decisivi. Come cantanti, ho imparato a cantare seguendo Bonnie Raitt, Linda Ronstadt, Irma Thomas, Aretha Franklin e Linda Thompson.

La scena Americana si è evoluta molto negli ultimi anni. Dove ti posizioni all’interno di questo panorama?

Questo album si colloca decisamente sul versante più rock del genere Americana. Molte giovani cantautrici oggi prediligono uno stile minimale e intimista, mentre la mia matrice è più vicina a quella di Chrissie Hynde dei Pretenders: più grintosa e rock.

E del blues che ne pensi?

Pur rispettando e ascoltando i classici del blues come Howlin’ Wolf e Robert Johnson, non mi considero una cantante blues.

Sei mai stata in Italia?

Sì, quando avevo 17 o 18 anni. Mi piacerebbe molto ritornarci per fare dei concerti o per una vacanza, o magari per entrambe le cose! Mi trovo molto bene con gli italiani.

Allora vieni a trovarmi in Italia l’anno prossimo!

Volentieri! In che città abiti?

Vivo a Varese, nel nord Italia vicino a Milano, proprio al confine con la Svizzera e nella zona dei laghi.

Dev’essere bellissima la zona dei laghi! Fantastico, verremo senz’altro.

Florence, grazie mille!

Grazie mille a te. È stato un vero piacere parlare con te, ci vediamo in Italia!

redazione@varese7press.it