VARESE, 10 ottobre 2026 – Intrappolata dalla cintura di sicurezza. Un dispositivo progettato per salvare la vita si è trasformato, per la cinquantaseienne Teresa Stabile, nella barriera che le ha tolto ogni possibilità di fuga. Se non fosse stata allacciata al sedile, forse avrebbe avuto il tempo e la forza di uscire dall’automobile. Ma quando il marito, Vincenzo Gerardi, è piombato nell’abitacolo dal lato passeggero — con un coltello in pugno e gli occhi fuori dalle orbite — la donna non ha potuto neppure divincolarsi.
È una ricostruzione agghiacciante e priva di ombre quella contenuta nelle 84 pagine di motivazioni della sentenza di condanna all’ergastolo per Gerardi, depositate dalla Corte d’Assise presieduta da Giuseppe Fazio (da oggi in pensione) insieme alla giudice estensore Giulia Troina.
Le carte processuali descrivono nei dettagli un agguato feroce, condotto con rabbia e ostinazione. Gerardi ha sferrato quindici fendenti con una violenza tale da «trapassare il piumino, il maglione di lana, penetrando la cute, la muscolatura, lacerando prima il pericardio e poi il cuore». Sarebbero bastate soltanto due di quelle coltellate a provocare la morte della donna, ma l’uomo ha continuato a infierire con almeno altri tredici colpi.
Documenti e perizie sono ora a disposizione del pubblico ministero Ciro Caramore, dell’avvocato difensore Vito Di Graziano e dei legali di parte civile, Cesare Cicorella e Manuela Scalia. La difesa dell’imputato, che a fine settembre ha compiuto 58 anni nel carcere di Busto Arsizio, ha già annunciato che ricorrerà in appello.
La Corte d’Assise ha smontato punto per punto la tesi difensiva, confermando senza esitazioni la premeditazione. Il piano criminale non solo era stato annotato nero su bianco nei memoriali indirizzati ai figli, ma era stato persino preannunciato alla sorella Daniela.
«Nei primi giorni di marzo 2025 l’imputato aveva già assunto la sua risoluzione criminosa», si legge chiaramente nelle motivazioni. Un proposito poi concretizzato il 16 aprile successivo, proprio come l’uomo aveva ripetutamente preannunciato nei messaggi: «Il 16 è già stabilito».
Caduta nel vuoto anche la tesi dell’incapacità di intendere e di volere, ipotizzata dalla difesa come un “corto circuito” provocato da una gelosia delirante. La perizia ha stabilito che Gerardi era pienamente lucido: «Non è affetto da nessuna malattia nosograficamente conosciuta e classificata».
Negate le attenuanti: «Nessun segno di resipiscenza»
Severo anche il giudizio sulla condotta dell’uomo durante e dopo l’omicidio, motivo per cui la Corte ha negato qualsiasi concessione delle circostanze attenuanti.
«Durante il processo non ha avuto una parola di pietà per la vittima e neppure un segno di resipiscenza», scrivono i giudici. Subito dopo il delitto, Gerardi si è dato alla fuga senza allertare i soccorsi né preoccuparsi delle condizioni della moglie, limitandosi a inviare a parenti e amici messaggi «privi di qualsivoglia umana pietà». Un atteggiamento che, conclude la sentenza, non ha risparmiato alcuna sofferenza ai figli, ai suoceri e alla cognata, presenti a ogni udienza del processo.




