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«Mai più soli contro il pizzo»: da Varese la battaglia antimafia e le storie delle vittime

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VARESE, 2 novembre 2026- di GIANNI BERALDO

Mai più soli contro il pizzo: sembra facile, ma in realtà per combattere il racket della mafia, fenomeno sempre più dilagante in Lombardia, è necessario che lo Stato e la magistratura mettano in campo tutte le risorse possibili. Lo Stato per supportare economicamente le vittime di usura; la magistratura nel condurre le indagini che possano portare a condanne definitive, smantellando così un sistema criminale incancrenito da anni di operatività delinquenziale.

Ma l’ostacolo più importante da superare resta la reticenza e la giustificata paura nel denunciare gli aguzzini da parte delle vittime: commercianti,  piccoli e medi imprenditori che, per mille ragioni, si sono trovati nel profondissimo baratro dell’usura, senza appigli per tornare in superficie. Per questo e molto altro, a supporto di chi denuncia, accanto allo Stato vi è S.O.S. Italia Libera, un’associazione nazionale antiracket e antiusura fondata nel 2000 dall’imprenditore lombardo Paolo Bocedi (anch’egli vittima di racket negli anni Novanta, oltre che scampato a un agguato mafioso nel 1992). Quella di Bocedi è un’organizzazione che assiste e sostiene imprenditori e cittadini vittime di usura, estorsioni e racket dal momento della denuncia fino alla costituzione di parte civile nei processi giudiziari, con sede a Milano in un locale sequestrato dallo Stato alla mafia.

Bocedi stoicamente continua la sua battaglia. Che negli anni ha portato all’arresto e alla condanna di diverse persone affiliate alla criminalità organizzata, come nel recente processo Hydra, che ha permesso di smantellare una cosca attiva anche nel Varesotto. E proprio a Varese, nella sala convegni di Villa Recalcati, si è tenuto questo incontro pubblico intitolato “Mafia e Antimafia al Nord: mai più soli contro il pizzo”, organizzato dalla stessa SOS Italia Libera in collaborazione con la Provincia di Varese.

Diversi gli ospiti presenti, a cominciare dallo stesso Paolo Bocedi, affiancato da Stefano Memoli (Segretario Regionale del Sindacato di Polizia ADP) e da don Luigi Scarlino, parroco di Rozzano, una delle aree più difficili del Milanese. Tra i relatori anche Francesca Crupi, sostituto procuratore presso la Procura di Milano. Particolarmente intense sono state le testimonianze di alcune vittime dell’usura presenti in sala, accompagnate da alcuni familiari.

Tra loro Lina, moglie di Guido Gallo Stampino, titolare insieme al marito di un negozio di Cerro Maggiore. Una vita segnata dal pizzo quella di Stampino, che tuttavia non ha ceduto, lottando con tutte le sue forze per denunciare i criminali e aiutando gli altri, fino a diventare vicepresidente di SOS Italia Libera. Anni di lotte e sofferenze, spezzati da un infarto nel 2010 che ha posto fine alla sua vita, ma non al suo impegno. Un percorso riconosciuto nel 2018 con il conferimento della Medaglia d’Oro per la lotta alla mafia, un attestato di grande valore per la famiglia.

Un convegno di grande spessore, al quale avrebbero dovuto prendere parte anche altri relatori — come Riccardo De Corato —, assenti all’ultimo momento per impegni istituzionali. Moderato da Franco Colombo, coordinatore nazionale di SOS Italia Libera, l’incontro ha catturato fin da subito l’attenzione della platea, a partire dall’analisi di alcuni dati snocciolati da Stefano Memoli, sovrintendente capo coordinatore della Polizia di Stato e segretario generale provinciale Milano del sindacato COSAP.

«Attività di legalità e antimafia sono elementi che investono tutti gli aspetti di cronaca e sociali», ha esordito Memoli. «Usura e racket, indipendentemente dai dati o dai concetti giuridici, vanno affrontati riflettendo sul fatto che l’usura è un concetto che va di pari passo con un fatto culturale, o meglio subculturale».

Il fenomeno si è evoluto nel tempo: «Da qualche decennio si è trasformato seguendo l’evoluzione dell’economia e adattandosi a nuove forme. È difficile che le persone abbiano il coraggio di denunciare ottenendo risposte efficaci dallo Stato. La consapevolezza che si può denunciare ha portato a un aumento del numero delle denunce, ma sono ancora poche».

Memoli è entrato nel dettaglio dei numeri: «Il racket parte dal fatto che gli imprenditori non hanno accesso al credito, e gli usurai offrono le somme necessarie partendo inizialmente da una percentuale del 20%. Le denunce sono ancora troppo poche rispetto alle attività commerciali della Lombardia: 329 istanze complessive fino al 2022 sono davvero poche. Nel 2024 ci sono state 637 istanze definite e 14 milioni erogati: cifre davvero irrisorie. Queste sono fotografie del problema».

Da qui la necessità di un cambio di passo strutturale: «L’usura e il racket infliggono costi altissimi anche per la società, che dovrebbe attivarsi utilizzando gli strumenti esistenti. Se le banche potessero intervenire velocemente con istruttorie di pratiche leggere, si potrebbero risolvere i problemi delle piccole e medie imprese in difficoltà, dando loro il tempo necessario per recuperare. Manca una visione globale che possa risolvere questo problema, di cui si parla poco, anche perché le vittime difficilmente si confidano al di fuori della famiglia».

Diretta e senza fronzoli è stata poi la testimonianza di don Luigi Scarlino, che con le inquietudini giovanili e i disagi familiari si confronta quotidianamente sul campo: «La cosa grave degli scontri a Milano — al di là ovviamente della condanna dei fatti gravissimi — è che si entrava in certi negozi per rubare: non possono permettersi qualcosa, quindi prendono e rubano». Don Scarlino ha portato l’esempio del territorio: «La posta di Rozzano registra un numero elevato di piccoli prestiti per acquistare articoli che non servono, ma che vengono utilizzati per coprire metà del prestito contratto con l’usuraio, entrando così in un circolo vizioso senza fine».

Un meccanismo alimentato da pressioni sociali: «Questo accade perché non si vuole fare mancare alcuni beni, spesso di lusso, ai figli di famiglie modeste. Siamo disposti oggi a tornare a uno stile di vita più sobrio, educando i nostri figli al valore del denaro e delle rinunce? Giustizia e pace si uniscono insieme. Attenzione a non trovare sempre alibi: bisogna denunciare per primi. Bisogna essere consapevoli di chi è la vittima e chi il carnefice».

Un’educazione che deve partire dalla famiglia con il supporto della scuola, come è emerso nel corso del dibattito, ricordando che i

Lina, moglie di Guido Giallo Stampino

servizi sociali fanno la loro parte erogando numerosi interventi, ma da soli non bastano. Con la consueta verve, Paolo Bocedi ha poi riepilogato i risultati ottenuti in decenni di attività dall’associazione, ripercorrendo anche i passaggi chiave della sua vicenda personale che hanno dato il via alla sua irriducibile lotta alla mafia.

Di pari intensità è stata la testimonianza di Francesca Crupi, sostituto procuratore, che ha condiviso alcuni retroscena investigativi affrontati con il pool antimafia in collaborazione con le forze dell’ordine, come la Guardia di Finanza: «I criminali hanno trovato numerosi metodi per bloccare le intercettazioni e altro. Insomma, è una corsa continua contro un crimine sempre più specializzato. Ora che sono nella sezione distrettuale antimafia e antiterrorismo, mi sono trovata ad affrontare casi emblematici».

Francesca Crupi, Sostituto Procuratore Tribunale Milano

Il magistrato ha citato un esempio concreto: «SOS mi ha fatto conoscere una vittima dell’usura con un debito di 30mila euro: non cifre esorbitanti, ma la persona non aveva più alcuna possibilità di ricevere finanziamenti dalle banche. Ha così deciso di rivolgersi a un immobiliarista che aveva contatti con un clan di calabresi dediti all’usura. La vittima ha impegnato la sua casa, del valore di 150mila euro, partendo da un prestito di 30mila, e ha finito per perdere tutto».

Spesso manca la consapevolezza del pericolo: «Non si era reso conto del baratro in cui era caduto, perdendo la casa attraverso un contratto preliminare fittizio. Vittime che spesso non si rendono conto a cosa vanno incontro quando accettano l’usura».

Le indagini richiedono un lavoro certosino: «Abbiamo coinvolto la Guardia di Finanza controllando tutti i conti correnti, soprattutto quelli dei terzi che a loro volta erano creditori degli usurai. Si tratta di operazioni complesse e non è semplice dimostrare l’usura in giudizio. C’è voluto un anno di indagini, ma ci siamo presentati al processo con prove solide, altrimenti si rischia di far cadere tutto. Vi sono state condanne confermate anche in appello: non è facile ottenere condanne e le prove devono essere certe».

Il fenomeno colpisce trasversalmente: «A volte sono proprio i liberi professionisti, i soggetti più fragili, a essere colpiti dal racket,

perché le realtà più grandi dispongono di altri strumenti per affrontarlo. Bisogna partire dai giovani, insegnando loro il valore della legalità e dell’accontentarsi di quello che si ha». E un dettaglio drammatico riportato dalla Procura riporta all’attualità più cruda: «A Rozzano le cose sono impressionanti, basti pensare che abbiamo intercettato delle mamme che vanno a ritirare la droga dicendo “vengo con i miei figli”: questo ancora mi sconvolge».

Una serata intensa, ricca di emozioni e di storie drammatiche ma raccontate con la giusta lucidità e serenità. Un confronto che ribadisce l’importanza di non abbassare mai la guardia, perché la mafia sa rinnovarsi, cambiando continuamente metodi e adottando sistemi moderni e sofisticati sempre più difficili da intercettare.

direttore@varese7press.it