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Nitrati nell’acqua potabile: oltre 80 organizzazioni chiedono all’OMS di abbassare i limiti di rischio

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La protesta di Greenpeace Italia

ROMA, 3 novembre 2026 – Oltre 80 tra le più autorevoli organizzazioni internazionali per la tutela della salute, dell’ambiente e dei sistemi alimentari — tra cui Greenpeace International, l’International Panel of Experts on Sustainable Food Systems (IPES-Food) e la World Organization of Family Doctors (WONCA) — hanno formalmente inviato una lettera aperta all’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) per chiedere una revisione urgente e drastica dei limiti di concentrazione dei nitrati nell’acqua potabile.

La mobilitazione internazionale riaccende i riflettori su un inquinante derivante principalmente dalle pratiche dell’agricoltura intensiva e dalla zootecnia, la cui presenza nelle risorse idriche rappresenta una minaccia sempre più pressante per la salute pubblica e per gli ecosistemi locali.

La denuncia delle associazioni si concentra sulla soglia massima attualmente in vigore, fissata a 50 mg/L di NO3. Si tratta di un parametro stabilito dall’OMS nel lontano 1958 con l’unico obiettivo di prevenire la metemoglobinemia infantile, la cosiddetta “sindrome del bambino blu”. Secondo la coalizione di esperti, tale soglia appare oggi del tutto obsoleta e insufficiente a garantire la sicurezza delle popolazioni. Un corpus sempre più solido di ricerche epidemiologiche lega infatti l’esposizione prolungata a basse concentrazioni di nitrati a un incremento significativo del rischio di tumore al colon-retto, parti pre-termine, malformazioni congenite e gravi disturbi della tiroide. In questa direzione si è già mosso un comitato di esperti in Danimarca, suggerendo di abbassare il limite di tolleranza a soli 6 mg/L — un valore quasi dieci volte inferiore rispetto all’attuale standard globale —, un’indicazione che il governo danese ha già confermato di voler recepire nelle proprie normative nazionali.

L’allarme riguarda da vicino anche il territorio italiano, in particolar modo la Pianura Padana, classificata tra le aree con le più alte concentrazioni di inquinamento da azoto in Europa a causa dell’elevata densità di allevamenti intensivi e coltivazioni industriali. Come evidenziato da Simona Savini, responsabile della campagna Agricoltura di Greenpeace Italia, garantire acqua potabile sicura alle comunità locali rappresenta un’emergenza non più differibile, specialmente di fronte all’aggravarsi della crisi climatica. I periodi prolungati di siccità tendono infatti a ridurre le portate delle falde acquifere, aumentando inevitabilmente la concentrazione dei nitrati residui e riducendo la capacità naturale di diluizione del suolo.

Terreno agricolo

Il nodo dell’inquinamento da azoto comporta peraltro impatti economici devastanti, stimati per il continente europeo in circa 320 miliardi di euro all’anno. Come spiegato da Olivier De Schutter, co-presidente di IPES-Food, la forte dipendenza dai fertilizzanti azotati sintetici derivati da combustibili fossili accelera il cambiamento climatico, devasta le risorse idriche e rende i sistemi alimentari estremamente vulnerabili alla volatilità dei mercati energetici. La richiesta indirizzata all’OMS di adottare un approccio One Health punta dunque ad aggiornare le linee guida sanitarie mondiali per spingere i governi verso una transizione agroecologica, in grado di tutelare la salute pubblica e garantire la sostenibilità dei bacini idrici comunali.

redazione@varese7press.it

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